First Aid Kit – The Lion’s Roar

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Chiara Rimella

Quando nel 2008 le sorelle Söderberg pubblicarono su Youtube la cover di Tiger Mountain Peasant Song dei Fleet Foxes, che le ha rese famose al mondo, avevano rispettivamente 18 e 15 anni e dei capelli di lunghezza piuttosto normale. Ora i capelli sono cresciuti a dismisura, coi Fleet Foxes le due hanno condiviso il palco in concerti in giro per il mondo, ma l’incredibile trasparenza delle loro voci è rimasta. Quattro anni e un album dopo quel fatidico video, le First Aid Kit presentano The Lion’s Roar, un disco ricevuto con entusiasmo tale da far pensare che rimarrà un titolo memorabile di questo nuovo anno. E’ vero che si tratta di quello che alcuni possono considerare l’ennesimo album di country folk al femminile. Ma è un incredibilmente ben riuscito disco di questo genere. Difficile che due ragazze così giovani riescano a essere sentimentali senza scadere nel melodramma, e che le melodie possano non essere mai stomachevoli. Il rischio dello scadere nel mieloso spinto è sempre dietro l’angolo, ma evitato con grazia esperta. Le voci delle due sorelle si intrecciano a formare delle armonie così complete da rendere l’accompagnamento musicale quasi superfluo. Sembrano la versione Svedese, magra e hippieggiante delle Secret Sisters. Come loro sono dedite ad un country all’Americana che a sorpresa riesce molto congeniale a quelle che davvero sembrano elfe del nord. Senza guardare i loro video ambientati in una terra a metà tra Tolkien e una pubblicità della Vivident Xylit, non sarebbe facile intuire le loro origini. Non che queste siano per forza fondamentali: le First Aid Kit si infilano in quella tendenza ormai internazionale al folk dolce e malinconico che ha come sua popolare rappresentante l’onnipresente Laura Marling. Eppure della cantautrice inglese le Söderberg lasciano da parte la timidezza e l’occasionale voce spezzata, optando per una tristezza che nasconde inaspettata forza. Al concerto di presentazione del cd alla Rough Trade a Londra le due scuotevano le (lunghissime) chiome come delle vere e proprie rocker.The Lion’s Roar, la title-track, apre l’album proprio in questo stile. Alle chitarre raspate e metalliche si aggiungono linee vocali dai toni perentori per un’ascesa ritmica intensa, conclusa in una ripresa inaspettata e quasi disperata. Stemperata subito dalla più regolare e soave Emmylou, secondo singolo dell’album, ballata classica con tutte le caratteristiche per funzionare alla perfezione, dal sapore propriamente dirty ol’south. Il resto dell’album perde un po’ l’impatto dei singoli, diventa più calmo e riflessivo, anche se Blue ha la stessa gioia della migliore Regina Spektor con il suo xylofono naif. To a Poet gioca sul pianoforte minimalista e sulla voce che prende un tono alla Alessi’s Ark, I Found a Way e Dance to Another Tune sono meno solari, più atmosferiche, quasi strascicate a tratti. King of the World rialza il morale – inevitabile quando i battimani e le trombe calcano la scena – nonostante l’intrusione di Conor Oberst (Bright Eyes) col suo tono gracchiante e sull’orlo delle lacrime. La conclusione con Wolf riporta l’album dov’era cominciato: ad una potenza incantatrice, alla ripetizione di un ritmo non solo folk, ma propriamente folkloristico, proiezione di una leggenda che potrebbe prender luogo in una foresta abitata da leoni, lupi, e coppie di sorelle dai lunghi capelli.

(31/01/2012)

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Chiara Rimella
Chiara Rimella

Editor of OUTsidersLDN & English student at Goldsmiths. I'm into alt rock, dream pop and mango chutney

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