Fanfara Tirana meets Transglobal Underground – Kabatronics

Scheda
Rispetto al genere
8.5


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.5


Voto
8.3

8.3/ 10

di Davide Agazzi

A detta di molti, la “world music”, più che un genere vero e proprio, è sempre stata solo un’etichetta priva di reali contenuti, un adesivo da scaffale dove mettere tutte quelle tradizioni difficili da integrare nei canoni della musica attuale. Suoni da tutto il mondo, radicati nei territori più lontani, stratificati nei secoli, che oggi, piano piano, si affacciano al mondo della globalizzazione, cercando, in qualche modo, di cogliere i suoi vantaggi, senza esserne travolti. Kabatronics, il primo disco nato dal matrimonio tra l’albanese Fanfara Tirana e dal multietnico collettivo Transglobal Underground, è proprio questo. Un fanfara tiranaincontro di suoni di tutto il mondo: dagli ottoni di stampo balcanico, ai sitar indiani, con le giuste dosi di electro-hip hop di matrice britannica e le percussioni primitive proprie del Continente Nero. Una centrifuga di suoni che si appresta a ridescrivere davvero il capitolo 2013 della “world music”: là dove i Balkan Beat Box hanno fallito (leggi la recensione dell’ultimo Give), inghiottiti da tormentoni commerciali ed elettronica di dubbio gusto, il nuovo progetto firmato Ballkan World Music Management ha centrato perfettamente l’obiettivo. Lo si era capito subito, grazie allo strepitoso video di No Guns To The Wedding, che ha annunciato un debutto attesissimo: polli, kalashnikov, matrimoni, tradizioni che si intrecciano nel segno del delirio e dell’ironia. Sensazionale. Ecletticismo londinese capace di rinchiudere la furia delle brass band, la black music che incontra il Mediterraneo più lontano, l’elettronica che diventa puro “battito balcanico”, come nella martellante Kabatronics o si mescola e si rimodella come in Bring the Bride In e in Shtojzovalle. Le frontiere si cancellano, Tirana diventa Londra e il Tamigi sfocia nel Gange. E’ un disco coinvolgente e ballabile, che non ha tolto nulla alla frenesia da palco per cui questi due gruppi sono celebri, come se le pareti dello studio di registrazione non fossero mai esistite.  Tutto si muove, nulla è definito. Ora possiamo dirlo: finalmente qualcosa di nuovo.

(16/03/2013)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.