Factory Floor – Factory Floor

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Matteo Monaco

factoryfloorweekly970Che si riferiscano alla Factory Records, alla Factory di Andy Warhol o – perchè no? – alla creatività che ispirò i primi vagiti della Bauhaus, i Factory Floor campeggiano sulle copertine delle riviste musicali per un motivo ben preciso. Anzi, per due: perchè non è la sola ragione musicale a dare un senso ai giudizi entusiastici espressi sull’esordio del terzetto composto da Gabriel Gurnsey/Dominic Butler più Nik Void, distante addirittura otto anni dal patto artistico siglato a Londra nel 2005. Meglio partire dagli argomenti del pentagramma, comunque, e gettarci subito nella mischia con i sette minuti di Fall Back. Qui si tratta già di manifesti programmatici: loop in arpeggio, battute secche da 4/4 e vocoder stritolato dentro a tubature plumbee ci catapultano nei primi ’80 – quelli più grigi, più postumi rispetto alle sperimentazioni cyber-punk degli ultimi ’70. Non è la Vienna degli Ultravox, ma l’inferno esistenzial-danzereccio inaugurato un po’ per caso dalla no-wave del padrino Brian Eno, seguito a sua volta per caso dai binari paralleli della Manchester piangente dei Joy Division. Si balla e si muore, ma non necessariamente in quest’ordine, seguendo il dramma della Two Different Ways che gioca fatalmente coi bpm fino a trasformarsi nell’identico – e ancor più ossessivo – giro di synth di Work Out. È una sintassi ferrea, quella dei Factory Floor, con la quale faticano a combaciare le norme di consuetudine del rock e dell’elettronica. Più simili a certe digressioni maniacali dei Devo – pur senza sfiorare per un attimo la fragorosa umanità di questi ultimi – rispetto agli stilisti elettronici di Dusseldorf, meno vicini ai New Order di quanto lo sia l’electro-genio a cavallo del Duemila di LCD Soundsystem. Un rompicapo che si dissolve, per un attimo, nella cavalcata strozzata di Here Again, che ci porta dritti alla seconda argomentazione in gioco. Quella delle lodi, ancora ripetute dopo l’ottimo live al Club to Club 2013, su un progetto che – tra le manciate di spunti da approfondire – mostra ancora tutti i segni dell’immaturità. Sarà che, alle porte di un’era musicale che si prospetta rigidamente sintetica, si senta un gran bisogno di quel compromesso indefinito che può collegare le forme del rock con quelle dell’elettronica? Buona la prima, meglio la prossima: ma i Joy Division 2.0 sono già qui.

(12/12/2013)

Commenta
Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.