Fabrizio De Andrè – La buona novella

Scheda
Rispetto al genere
9.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
9.0


Voto
8.7

8.7/ 10

di Paolo Angeletti

I Vangeli apocrifi, con la loro aura misteriosa, il sapore di verità malcelata e i temi più introspettivi piuttosto che religiosi, hanno affascinato e ispirato numerosi artisti, che si sono lasciati catturare dalla loro ricca atmosfera; Fabrizio De Andrè è fra questi artisti, o meglio sarebe dire che vi è Roberto Danè, primo promotore del lavoro. Nel 1969 infatti Danè propone al produttore Antonio Casetta l’idea di un disco basato sui contenuti dei Vangeli apocrifi ed egli gli suggerisce di realizzarlo con De Andrè, che accoglie entusiasticamente l’idea, cominciando a scriverne i pezzi insieme allo stesso Roberto Danè.

Nel corso del componimento del disco e subito dopo la sua pubblicazione sono numerosi i dubbi che si pongono a De Andrè, da sè stesso, dagli amici, dagli ascoltatori; siamo in pieno “’68”, cosa rappresenta un disco su Gesù Cristo? E in particolare, cosa rappresenta un disco su Gesù Cristo scritto da Fabrizio De Andrè? Non stiamo certo parlando di un personaggio anti-rivoluzionario o clericale, da lui si aspettava piuttosto una Canzone di Maggio.
E invece la risposta di Faber è semplice e pulita, in tempo di rivoluzioni Gesù Cristo non è fuori luogo, non come simbolo della divinità, ma come uomo capace di sfidare le più alte gerarchie dell’epoca, politiche e religiose, e di morire sulla croce per i suoi ideali.
In questo contesto prende forma un disco sottile, ma chiaro, dove solo un ascolto estremamente superficiale impedisce di cogliere il vero significato. Un disco che, per un uomo di chiesa, può persino risultare il più provocante e rivoluzionario mai scritto dal cantautore di Genova.

Il disco contiene 10 tracce e la cosa che più salta all’orecchio è la predominanza imponente della dimensione umana su quella divina. De Andrè descrive uomini e donne, con le loro emozioni, i loro dolori e sentimenti, come raccontati dai Vangeli apocrifi e non come idealizzati da quelli ufficiali. Così si scopre una Maria che non è felice di essere madre di Dio, una madre il cui dolore per la perdita del figlio non è supplito da questa ricompensa; si scopre Giuseppe, un povero vecchio stanco e triste, che accoglie Maria come una figlia e non come una sposa; e infine il disco concede del tempo a quelle figure trascurate dalla tradizione classica, i ladroni e le loro madri, figure umane, trovatesi ai margini di una storia troppo grande per dare spazio anche al loro dolore, dolore umano e ferocemente reale.
Anche il misticismo assume una forma più umana e materiale, il momento più spirituale è racchiuso in un’atmosfera onirica e, per questo, anch’esso molto più umano e “realistico” di sconvolgenti trance religiose.
Il coronamento di quest’attenzione verso l’uomo si ha nell’antitesi tra Intro e Outro, tra “Laudate dominum” e “Laudate hominem”; si inizia col lodare Dio come da prassi, ma si finisce col lodare l’uomo, altrettanto degno di lode, altrettanto importante e meraviglioso.

Di certo nel disco l’attenzione all’uomo e ai suoi conflitti interni mette in secondo piano quasi tutti gli altri aspetti, compreso quello, annunciato negli intenti, di raccontare di una figura comunque rivoluzionaria; la lotta al potere, agli autoritarismi, c’è, ma non è il punto focale e risulta concentrata soprattutto nella penultima, e più famosa, traccia, Il Testamento di Tito, dove il ladrone “buono” ripercorre i 10 comandamenti imposti da tempi immemorabili, smontandoli uno a uno, in raffronto alla sua condizione e a un senso di giustizia più umano. Non creare dolore sembra l’unico comandamento, il resto sono regole imposte da chi può permettersele o è abbastanza potente da infischiarsene. Questa è giustizia?

Un disco imponente, dai mille echi e centinaia di sfumature apprezzabili dall’ascoltatore che sia in cerca di un’emozione piuttosto che di un’altra, una musica che accompagna testi delicati e potenti, raccontando, spesso, insieme alle parole stesse, soggiogando, con ritmi e melodie perfette, il passante che, distratto, viene chiamato all’attenzione dai grevi, tristi, colpi di martello del falegname, che raccontano il dolore come un ripetitivo gong prima di un’esecuzione.

(20/09/2011)

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Paolo Angeletti
Paolo Angeletti

Redattore. Studente di Sociologia all'università di Torino. Si occupa prevalentemente di cantautori italiani, folk e rap italiano. Contatti: paoloangeletti@outsidersmusica.it

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