[REVIEW] Fabi Silvestri Gazzè – Il padrone della festa

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
9.0


Voto
8.3

8.3/ 10

di Sara Tirrito

fabi-gazzè_392x0“Un uomo entra in un caffè, splash!”. Esiste qualcosa di più prevedibile? Forse no, ma questa battuta ha un che di simpaticamente geniale e l’attesa di qualcosa di prevedibile non potrebbe avere un suono più sincero di uno splash! Bene, lo stesso è successo a Fabi, Silvestri e Gazzè. Pochi giorni fa è uscito il loro primo album “Il padrone della festa”, ricco ma armonico ed essenziale. Musicalmente mostra un’evidente predilezione per i suoni tradizionali: nessuna traccia di synth. Dominano basso, chitarra, batteria e pianoforte, affinati all’occorrenza da organo, clarinetto, trombone (come in “Arsenico”, solenne melodia dal testo teatrale), vihuela mexicana (in una latineggiante “Spigolo tondo”), tromba, archi e dulcimer (in “Canzone di Anna” e “Giovanni sulla terra”, scritte da Fabi). Ad impreziosirlo sono le numerose collaborazioni con artisti di spessore, tra cui Paolo Fresu e Piero Monterisi. I 12 brani che compongono il disco sembrano indipendenti e forti di per sé, si intravede però una sorta di ring composition. Il pezzo d’apertura “Alzo le mani” – tra i più eleganti dell’album – invita ad accettare i limiti dell’essere umano come del musicista, per sempre incapace di riprodurre “le dita di mio padre sulla sua Olivetti” e“il rumore della vita”. Non si tratta di una resa, piuttosto di una presa di coscienza davanti all’infinita magnificenza dell’universo che sovrasta chi lo abita, come del resto ripete l’ultima canzone del disco – la title track “Il padrone della festa” – che esorta a trattarlo bene questo pianeta, non solo rispettando l’ambiente, ma anche le donne, gli umili, la politica, la vita associata. Il padrone della festa, forse non è altro che il padrone della testa, l’intelletto, che deve portarci ad ammettere le nostre debolezze e a non lasciarci sopraffare dalle futilità ma a scegliere, consapevolmente, la solidarietà, perché “ciò che ti riguarda è anche ciò che mi riguarda” e “basta[…]imparare a guardare” (“Spigolo tondo”).“Insieme” sembra la parola chiave del lavoro, come lo era nell’occasione africana che l’ha ispirato. All’interno del disco non ci sono protagonismi, regna ed affascina una sinergica purezza che nasce forse dalla maturità di tre artisti pronti per fondersi in un Uno, in (dolce e giocosa) via di sperimentazione.

(25/09/2014)

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Sara Tirrito
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