Egyptian Hip Hop – Good Don’t Sleep

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.0

8/ 10

di Valentina Battini

È proprio vero che esistono i miracoli! Se vi dicessi che il prog è risorto? Forse non mi credereste, non prima di aver ascoltato Good Don’t Sleep, l’album d’esordio degli Egyptian Hip Hop. Un distillato di rock-progressive formato 2012 indubbiamente degno di nota. In realtà i volti di questi quattro giovani di Manchester non sono nuovi al mondo della musica. Già nel 2009 e nel 2010 si ritagliavano uno spazio con il singolo Rad Pitt e con il loro Ep Some Reptiles Grew Wings. Bene, dimenticate la frenesia e la spensieratezza di quel loro pop, caratterizzato dalla freschezza innovativa, perché con Good Don’t Sleep assistiamo al ritorno in auge di un genere che per troppo tempo è rimasto sopito e occultato dalle ceneri del passato : il progressive. L’esordio è già eclatante, volto a rimarcare la cesura netta con l’orientamento musicale precedente. Tobago, pezzo caldo e attraversato da esotismi,apre la porta verso questa nuova direzione, decisamente visionaria ed altalenante.  The White Falls sembra la rappresentazione di un flusso di coscienza che trova spazio su un pentagramma, anziché sulla rigida struttura di un foglio, ma Alalon, terza traccia, manifesta la matrice ’70 di quest’album poiché recupera l’ inscindibile legame con gli Alan Parsons Project. Non a caso la voce di  Alex Hewett, che ricorda i toni dello scozzese Eric Woolfson, si dimostra perfettamente adatta a ricreare quell’atmosfera cupa e riflessiva, che ripercorre con coerenza tutto l’album, come se le note seguissero un itinerario ascendente che vede in Yoro Diallo e Strange Vale tappe mistiche su cui soffermare le proprie energie. Good Don’t Sleep è un album ancestrale,umido che odora di selce e pietra, Con la sua cadenza destabilizzante recupera il legame con una dimensione rude e primitiva, costituita da una natura irregolare, come in Snake Lane West, pezzo in cui il ritmo iniziale si ripete come un mantra per sorprendere con le sue sfumature incostanti ed ipnotiche che a loro volta si evolvono in variazioni improvvise, degne dei vuoti d’aria in aereo. L’onda magnetica continua con Pearl Sound, per arrestarsi in SYH, brano in cui è marcatamente presente la componente anni ’80 e dark-wave, un retaggio che sembra irrinunciabile per le band emergenti. Ma a chiudere l’opera ci pensano tracce come One Eyed King e Iltoise, che, come paletti piantati sulla vetta di una montagna, segnano l’apice di questo climax ascendente di danze anestetiche e digressioni strumentali.
Quest’album squarcia il velo di Maya, travalica limiti della realtà, facendo trasfondere in essa la vibrante spirale onirica di un prog penetrante e mimetico, pronto a svegliare l’immaginazione.

(13/11/2012)

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Valentina Battini
Valentina Battini

Studentessa di giurisprudenza all'università di Catania e scrittrice a tempo perso con l'insana tendenza ad intrufolarsi in camerini e backstage. Appassionata di rock,indie e alternative.