Eels – Wonderful, Glorious

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.0

8/ 10

di Giacomo Dalla Valentina

EelsNon è sbagliato affermare che Mark Oliver Everett, cinquant’anni, cantante, paroliere, chitarrista, tastierista e (a volte) batterista, è ad un tempo l’anima e il corpo della creatura musicale nota come Eels che in questi giorni torna sugli scaffali con il suo decimo album, Wonderful, Glorious. Leopardianamente perseguitato da avvenimenti funesti (la morte del padre quando aveva vent’anni, quella della madre per cancro, il suicidio della sorella schizofrenica e la morte del cugino, steward sul volo che l’11 settembre fu dirottato contro il Pentagono), Everett sembra avere indirizzato un’enorme e spesso difficilmente decifrabile mole di sentimenti in un’alluvionale produzione non solo in campo musicale, ma anche cinematografico (è autore di un cortometraggio vincitore di un BAFTA) e letterario (Things the Grandchildren Should Know è la sua autobiografia, piuttosto apprezzata).

Ora, dopo una pausa di tre anni in cui si è “limitato” a performance live, “Mr. E” è tornato negli studi di registrazione per la creazione di un nuovo lavoro che, per quanto non rappresenti un punto di svolta nella discografia degli Eels, non fa rimpiangere gli LP precedenti. Di Wonderful, Glorious una cosa è certa: è contagioso. Le melodie, come spesso accade nel caso di Mark Everett, si insinuano vigliaccamente sotto la cute dell’ascoltatore, come per Peach Blossom, in cui sembra di ascoltare una versione ancora più viscerale dei Black Keys di Thickfreakness: il blues-rock, nevrotico e aggressivo, è da protagonista in questo album (un po’ com’era stato per Shootenanny!, ormai dieci anni fa), particolarmente ruvido in pezzi come Kinda Fuzzy e soprattutto Peach Blossom, più levigato invece nella bella New Alphabet, in cui è protagonista una deliziosa e acida chitarra che sembra suonata da Britt Daniel degli Spoon. Ma quello che rende questo album una delle uscite più interessante di questi tempi non sono gli scostanti riff di chitarra di queste canzoni, bensì le vibrazioni segrete con cui Mr. E, come un Giano bifronte (nato in Virginia), mostra l’altra sfaccettatura della sua musica, della sua persona. La voce roca del cantante e le melodie malinconiche trascinano in soggettiva l’ascoltatore verso i più oscuri recessi della natura umana, della quale Mark Everett -in virtù degli avvenimenti drammatici che hanno segnato la sua vita- ha una conoscenza certo non superficiale. È The Turnabout ad aprire questo ipotetico “lato B” dell’album, che tocca le vette più alte con True Original e l’altrettanto bella I Am Building a Shrine: melodie dirette, in cui il songwriter sembra spogliarsi di ogni corazza e mostrarsi nudo al mondo intero, proiettando un’immagine perturbante e non priva di un certo fascino morboso. Ma d’altronde è proprio per questo che Mark Everett e i suoi Eels rimangono una delle più assurde, stonate e intriganti realtà musicali del momento.

(13/02/2013)

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Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.