Editors – The Weight of Your Love

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
7.5


Voto
6.2

6.2/ 10

di Simone Brunini
editors

2005, gli Editors sono al loro esordio con il buon The Back Room, disco che li mette bene in luce nel panorama musicale britannico indie\post-punk, con i commenti positivi da parte di critica e pubblico. Due anni dopo il gruppo inglese cerca di confermare tutte le buone impressioni date con An End Has A Start: un lavoro se possibile ancor più cupo e soprattutto più maturo, con il fantastico singolo Smokers Outside the Hospital Doors a fare da presentazione al tutto. Con il trascorrere del tempo, gli Editors si sono guadagnati sicuramente una posizione di tutto rispetto nell’ambiente “alternativo”, forti anche del crescente successo di pubblico. Con In This Light and On This Evening, uscito nel 2009, la band di Birmingham si mise ad esplorare sonorità diverse, accompagnando l’ottimo e ispirato songwriting con musiche più psichedeliche e forse meno “rock”, dove i synth trovano più spazio delle chitarre, senza comunque perdere del tutto i tratti principali e distintivi della loro musica.

Ed eccoci arrivati al giorno d’oggi, The Weight of Your Love. Molte sono le cose cambiate in questi anni, una su tutte l’abbandono, dovuto a forti divergenze musicali, di Chris Urbanowicz: chitarrista e vera mente creativa della band, assenza che pesa moltissimo sul risultato finale di questo disco. Appare ormai definitivo infatti l’abbandono delle sonorità dei primi due LP, allontanandosi però anche dalle atmosfere presentate nell’album precedente. Nella prima traccia The Weight, gli Editors si riconoscono solo grazie al timbro baritonale di Smith con un brano dalle sonorità epocali e maestose che non dimostra però molta sostanza; Sugar può soddisfare maggiormente l’ascoltatore fedele che si trova un pezzo cupo e più cattivo, che ricorda vagamente gli albori della band. Il primo singolo estratto, A Ton of Love, ricorda chiaramente alcuni pezzi degli U2 ed è un ottimo cavallo di battaglia per presentare il nuovo corso della band. Infatti il resto dell’album si aggira più o meno marcatamente su questa rotta molto “popolare”, andando a lavorare sulle caratteristiche dell’alternative-rock con sfumature più americane che brit, come si può chiaramente sentire in The Phone Book. Presenti in gran quantità anche gli archi, per cercare, forse, di dare spessore a pezzi che, purtroppo, ne hanno poco, a causa di un lavoro mai davvero originale e che fatica a trovare picchi che catturano l’immaginazione dell’ascoltatore. Tra le cose positive che si possono segnalare abbiamo il brano Formaldehyde, in cui si abbandonano, finalmente, le sonorità “ballata sdolcinata” in favore di un rock che per una volta ci trasporta su binari accattivanti, e la successiva Hyena, altro piacevole ritorno alle vecchie abitudini parzialmente sporcato da cori fin troppo simili alla linea melodica di un brano degli Arcade Fire. Alla luce di quanto si può ascoltare in questo disco, si possono intuire le divergenze che hanno portato alla rottura con Urbanowicz. Poco importa se questo album darà la possibilità alla band inglese di allargare il bacino di ascoltatori, ben più importante e triste, è constatare che gli Editors hanno perso, nel tentativo di accontentare la massa, quello che di buono avevano fatto fin’ora. Un passo falso isolato? Una svolta definitiva? Questo solo il tempo potrà dirlo.

(02/07/2013)

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