Earl Sweatshirt – Doris

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
7.7

7.7/ 10

di Max Sannella

earl

Earl Sweatshirt ne ha fatte di tutti i colori nella sua vita privata, ultima la sua fuoriuscita dalla crew degli Odd Future per tracciare il suo personalissimo hip-hop di confine, praticamente un crak fuori dalle righe che prende il nome di Doris, una bulimica tracklist farcita di ospiti (tra i tanti The Creator, Frank Ocean, RZA, Neptunes) parole e beat box che esaltano – nelle forme desuete dei campionamenti – questo secondo lavoro, con una colorazione estetica e onestamente “cool del cool” che tormenta le membrane dei woofer al pari di un balzo di cuore.
Non è l’hip-hop al servizio dei diritti civili, non c’è nessuna predica su folle deliranti, ma è una straniante altra faccia dei rapper che – in continue ambientazione fumose ed oscure – strilla con tono grave il rispetto e la eclatante scansione di più stili, come simbolo, rinascita e speranza di un mondo allo sbando, di una fascia umana che oramai stringe e sgomita nel sottofondo di tutto; quinte di basso, frammentazioni controtempo, groove e drum’n’bass si danno il cambio fisico delle idee, con l’intimità e quelle armonie da bassofondo urbano che osano e si rammaricano nel contempo, componendo così il sound giusto per le sue ambizioni, in cui l’artista losangelesino sguazza e circuisce l’ascoltatore. C’è tanto dentro questo bel registrato , anni settanta e minimalismo in contrapposizione a ritmi jazzly e soul, in un’atmosfera off che langue in aritmie e scompensi ritmici di grande impatto.

Il consumismo di massa oramai abiura certe prese di coscienza come quella di Thebe Neruda Kgositsile (questo in nome di battesimo di Earl), cioè quella attitudine a sganciarsi da un certo mainstream per dire quello che nemmeno le gang più oltranziste oserebbero. La sua è una Bibbia codificata di “oltre” che non trova immediati simili nella scena odierna hip hop, e questo nuovo disco conferma un’espressione ed una dialettica slangata di livello; se dovessimo soffermarci sui singoli brani ne verrebbe fuori un’enciclopedica ramificazione di aggettivi, si preferisce lasciarla scoprire agli ascoltatori per non macchiare la vena intarsiata a macramè di questa tracklist che nasce come sinonimo di appartenenza ad una libertà totale ed univoca.
Tra le gemme il mellotron ondulato di Hive, l’oppiata nebbia che ricopre Guild con un cameo di Mac Miller e il rap di echi, scandagli sonori e sudore a mille che riempie Sunday, quello che satellita tutto intorno è un caleidoscopio nutrito e nutriente di una macchina sonora, una scatola di suoni che rimbambisce come il primo rapporto sessuale della vita.

(01/10/2013)

Commenta
Max Sannella
Max Sannella

Redattore.Parolaio e giornalista da 20 anni, tra note e distorsori, con l'Umbria come terra e la musica come amante.