Dutch Uncles – Out Of Touch In The Wild

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
7.8

7.8/ 10

di Edoardo D'Amato

E’ ufficiale: la scena albionica di Manchester si arricchisce di un nuovo gruppo in grado forse di spiccare in mezzo ai colleghi (Egyptian Hip Hop, Everything Everything e Alt-J per citarne alcuni) che in questo periodo hanno portato in auge lo psych-art-prog-pop e chi più ne ha ne metta, ispirandosi a mostri sacri come Talking Heads e XTC. Un labirinto dove anche Teseo e il suo gomitolo di lana (gentilmente dato in concessione da Arianna) ne verrebbero a capo assai difficilmente: ecco una piccola descrizione della terza fatica dei Dutch Uncles. Dopo l’esordio omonimo datato 2009 e il successivo Cadenza (2011), ecco questo Out Of Touch In The Wild, disco con cui la band inglese non fa che certificare quanto questa scena sia foriera di talenti dalle cui menti vengono partorite idee e sonorità innanzitutto fresche. Quello dei Dutch Uncles poi è un discorso ancora più complesso: dall’ascolto del disco emerge che i cinque sono dei fenomeni nell’amalgamare generi e strumenti fra i più variegati. Ad iniziare dalla traccia che apre tutto: l’intro cristallina di Pondage, con la voce immacolata di Duncan Wallis a sostenere il duetto fra piano e vibrafono, lascia spazio poi ad un riff di chitarra ossessivo che termina insieme alla canzone. Non si può poi rimanere indifferenti al basso funky di Bellio, e nemmeno allo xilofono di Fester, che crea un baldanzante ritmo che ricorda i migliori Martha and the Muffins. Entrano poi prepotentemente protagoniste le sezioni d’archi nei barocchismi di Godboy:, dove la band inglese sembra riprendere i Phoenix di Wolfgang Amadeus Phoenix . I validissimi risultati di questo disco possono essere colti ascoltandolo tutto d’un fiato: ecco che la marimba entra in scena in Threads. Inizialmente, utilizzando un linguaggio metaforico molto esotico, sembra di zompettare qua e là accarezzando i solleticanti fili d’erba della verde Savana africana, ma quando alla marimba si aggiunge la distorsione della chitarra di Pete Broadhead, è come se ci si accorgesse che forse sarebbe il caso di correre, perchè leoni affamati hanno tutto fuorchè buone intenzioni. Il vero merito di questo disco, che in certi tratti assurge a capolavoro dei nostri tempi, è che riesce ad armonizzare perfettamente momenti di leggerezza e rara delicatezza ( sentite Phaedra), con riflessioni più violente e intricate ( il prog che diventa rock, in Brio). Conclusioni: disco importante, perchè i Dutch Uncles hanno deciso di non rimanere quella band adorabile ma presa poco sul serio (in Cadenza si percepiva questo). Ora c’è più personalità e consapevolezza nei propri mezzi, e poi la voce di Duncan Wallis… non può che lasciare interdetti e piacevolmente estasiati allo stesso tempo.

(11/04/2013)

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Edoardo D'Amato
Edoardo D'Amato

Direttore. Classe 1990, ho visto nascere OUTsiders e ora cresce insieme a me. Collaboro anche presso il network www.fantagazzetta.com.