Dropkick Murphys – Signed and Sealed in Blood

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.2

7.2/ 10

di Davide Agazzi

Quella dell’irish-punk è stata senz’altro una delle trovate più geniali dello scorso secolo. Mescolare l’Oi!, il punk da strada degli skinheads, la tradizione irlandese, fatta di kilt e cornamuse e un po’ di sano e sporco rock, si è rivelata essere una vera e propria formula magica. La stessa alchimia che accompagna i Dropkick Murphys da più di quindici anni in giro per il mondo: un mix letale tutto da ballare, diventato particolarmente celebre per la famosa I’m Shipping Up To Boston (dedicata alla città natale del gruppo con origini irlandese), colonna sonora dell’acclamato film The Departed. Una continuità musicale che stona con i repentini cambi di formazione: basti pensare che del gruppo originale oggi è rimasto il solo Ken Casey, che fondò la band nel lontano 1996 insieme al compagno di sbronze Mike McColgan. Nonostante questo i Dropkick Murphys sono riusciti a mantenere ben saldo il trono d’Irlanda, come aveva testimoniato l’ultimo e acclamatissimo Going Out In Style, mixato da Tedd Hutt, produttore di Gaslight Anthem, The Horrible Crows e fondatore dell’altra storica formazione irish-punk, i losangelini Flogging Molly. dropkickmurphys-OCT12620_620_395_70A differenza dell’ultimo disco, un concept-album basato sulla storia di Cornelius Larkin, un immaginario immigrato irlandese, dove spiccavano le collaborazioni con Bruce Springsteen e di Fat Mike dei Nofx, in Signed and Sealead in Blood c’è solo spazio per il divertimento, per i cori da stadio e per le risse da bar. Nuovamente sotto la guida di Hutt, i Dropkick Murphys si affacciano così al nuovo anno con dodici canzoni che abbracciano la storia del gruppo, anticipate dai due singoli Rose Tatoo (da cui prende spunto il titolo dell’album, verso dell’annunciata canzone) e l’omaggio natalizio The Seasons Upon Us. Due scelte azzeccate, due ballate da osteria che si pongono in mezzo tra le riuscitissime derivazioni folk-piratesche di Prisoner Song e l’inno street-punk d’apertura The Boys Are Back, tutto da pogare, con le cornamusa a distogliere la memoria dagli Sham 69 e dal celebre If The Kids Are United. Pochi momenti di pausa, che coincidono quando i Dropkick perdono quel magico tocco verde per vendersi al punk-rock più legato alla scena statunitense, come in My Hero e The Battle Rage On, ma pronti a sparire sull’inaspettato rock ‘n’ roll rauco di Out On The Town. Signed and Sealed in Blood risulta quindi un album piacevolmente senza sorprese, plasmato con la stessa materia che accompagna il gruppo di Boston da sempre e che, speriamo, non li abbandoni mai.

(08/01/2013)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.