Drenge – Drenge

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.5


Hype
8.0


Voto
8.2

8.2/ 10

di Matteo Monaco

1394_drenge

C’è la musica consigliata dalle riviste, quella che ascoltano gli amici e ancora quella che si scopre per caso. Ora ce n’è un’altra: è la musica consigliata dai politici. È il caso di Tom Watson, coordinatore per le elezioni dei laburisti inglesi, che ha firmato la propria lettera di dimissioni indirizzata al proprio capo lanciando un appello: “(…) mi hanno chiesto perchè non sei stato a Glastonsbury questo weekend. Ho risposto che i leader laburisti non possono farsi vedere in mezzo al prato ad ascoltare le band che suonano. E ho pensato a quanto questo sia tristemente vero. Quindi, cerca di essere il grande leader che puoi essere, ma cerca anche di avere una vita vera. E se vuoi vedere una band che spacca, ti consiglio i Drenge”.

A trenta miglia da Sheffield, nel Derbyshire, di endorsement come questo non se ne sentono spesso. In mezza via tra il vero countryside britannico e le luci spente delle acciaierie, dove i giornali sono riempiti di affari di quartiere e il tempo scorre lento sui bordi delle statali periferiche, i giovani di zona si devono far bastare le copie dei nuovi dischi in uscita e una sala prove. Il caso dei Drenge non fa eccezione: una passione per l’horror e un talento per il garage-rock, il duo della città di Full Monty è esploso come una bomba di vernice rossa in un deserto post-industriale.
Non è limitato alla sorpresa, però, il successo che sta riscuotendo l’esordio omonimo di Drenge. Già, perchè di fronte ad una scena rock apertamente globalizzata e variamente abituata ad interrompere la spirale di mediocrità delle nuove leve con qualche sporadico blackjack discografico, di qualità e di “spirito del tempo” non ne passa più molto – a tutto favore della nuova scena elettronica. Ma non è questo il caso: Drenge è nei negozi di dischi nel momento giusto, per dire ciò che ci si aspettava qualcuno finalmente dicesse. Nel caso specifico, stavolta, per farla finita con la grazia artefatta dell’hipsteria e per riannodare il filo rosso che ci lega alla rabbia dei ’90es.

Un pizzico di Mudhoney, un occhiolino ai coevi Metz e Savages, una carriolata di Queens Of The Stone Age (della stagione dura con Nick Oliveri) e tanti saluti ai Vampire Weekend: il tandem di Dogmeat e Bloodsports, in un connubio di furia e orecchiabilità, è in grado di far cambiare il calendario già a settembre. Perchè qui, accompagnati dal grido abbaiato del frontman, sembra di stare in una nuova Seattle in un nuovo millennio. E passi che esistano ancora i margini di miglioramento (la sola People in Love Make Me Feel Yuck), e passi anche che la solida preparazione del duo sheffeldiano inciampi in qualche esercizio pedante sui solchi degli originali (i Black Keys di Nothing, la conclusiva Fuckabout idealmente strappata agli Arctic Monkeys). Sulla bontà di questi Drenge alle prime armi testimoniano la potenza sinteticamente rock di Backwaters e il grunge senza mezzi termini di Face Like A Skull, mentre gli splendidi otto minuti di Let’s Pretend ci ricordano – quanti anni dopo Cobain? – che si possono scrivere pezzi riflessivi senza cedere un grammo di pericolosità sonora. Gente di cui fidarsi, i Drenge, gente per cui vale la pena di scomodare i mostri sacri. Perfino – o a maggior ragione – se a consigliarli è un politico dimissionario.

(03/10/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.