Dirty Projectors – Swing Lo Magellan

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.5


Hype
8.5


Voto
8.3

8.3/ 10

di Edoardo D'Amato

A tre anni di distanza dall’ultimo Bitte orca, esce il sesto album di uno dei gruppi più controversi ed eclettici dei nostri tempi. I Dirty Projectors arricchiscono una discografia già varia di un ulteriore lavoro, che ancora di più inguaia chi dagli esordi del gruppo fondato da David Longstreth ha cercato l’etichetta da attaccare ben salda. E questo lavoro (il titolo esplica bene le intenzioni del gruppo) si erige a viaggio intorno al pianeta Dirty Projectors: come spiegato dal frontman “il riferimento a Magellano sottintende l’idea della ricerca, del piacere della scoperta e dell’esplorazione di territori selvaggi, non necessariamente geografici, anche interiori, quasi come una domanda: cosa c’è da scoprire ancora in un mondo completamente mappato?” E questo viaggio fra pop schizofrenico e soul infarciti di assoli hard rock parte con la psichedelia di Offspring Are Blank, dove in fin dei conti c’è tutto questo: un atteggiamento elettronico alla James Blake, quel trip hop alla Massive Attack che torna anche più avanti nel disco (ad esempio nelle sonorità più afrobeat di About To Die) e che è frutto dei nostri tempi, amalgamato senza grumi con le chitarre hard di Amber Coffman e con un folk ripreso dal precedente Bitte Orca. Il singolo che è uscito con ampio anticipo in rete è Gun Has No Trigger, ed è un pezzo molto radiofonico, immediato nei suoi coretti in cui la voce di Longstreth diventa così efficace e azzeccata, sembra di sentire Bowie. Quello che davvero piace è l’approoccio contemporaneo di questi sei ragazzi: lo si può riscontrare nel folk e nello swing di Just From Chevron, dove la voce di Amber si intreccia con quella di David, in un crescendo che incuriosisce fino alla fine. Il pop tanto criticato arriva poi in Dance For You, un blues che sa di surf rock californiano alla Beach Boys, che procede con il riff che incalza la voce del frontman e con un intermezzo psichedelico che forma un’onda un po’ troppa impetuosa, ma brillantemente superata con gli splendidi assoli di chitarra finali. Gli anni ’60 della psichedelia tornano nella assai distorta Maybe That Was It: siamo ben lontani dal soul e dalle atmosfere amorose che eppure ci sono in questo Swing Lo Magellan, basti pensare a un pezzo volutamente povero e scarno come Impregnable Question, ma anche e soprattutto in Irresponsible Tune, un pezzo che nel prog degli anni ’70 sarebbe servito per dare respiro ad un album fatto di suite da venti minuti ciascuna, dove la voce di Longstreth può ricordare un ispirato Greg Lake in Lucky Man. Forse stridono un po’ con il resto dell’album il trittico formato da See What She Seeing, The Socialities e Unto Caesar, troppo immediate e semplici all’interno di un lavoro costruito su cori e percussioni di difficile inquadratura. Un album innanzitutto difficile: un aspetto positivo, la complessità sarà meno immediata ma cerca sempre di dirci qualcosa, e questo disco, frutto anche dell’anno sabbatico di Longstreth dopo le collaborazioni con Bjork, ci regala un viaggio indimenticabile nel mondo dei Dirty Projectors.

(30/07/2012)

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Edoardo D'Amato
Edoardo D'Amato

Direttore. Classe 1990, ho visto nascere OUTsiders e ora cresce insieme a me. Collaboro anche presso il network www.fantagazzetta.com.