[REVIEW] Dirty Beaches – Drifters / Love Is The Devil

Scheda
Rispetto al genere
8.5


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.2

8.2/ 10

di Matteo Monaco

Dirty-Beaches-608x404Al cosmopolitismo si accompagna bene l’assenza di tempo: perchè se non esiste una provenienza e non c’è una destinazione, allora non esiste un inizio e nemmeno una fine. È la storia di Alex Zhang Hungtai – in arte Dirty Beaches – e del suo passaporto sonoro senza data di scadenza, ma è anche la storia dell’ultima (doppia) prova in studio di Drifters / Love Is The Devil. Musicista singolo e singolare, Dirty Beaches ha trascorso la gran parte della carriera artistica a riesumare i cadaveri di più stagioni – dal rock’n’roll in brillantina alle derive psycho-billy di casa Suicide – attraverso un metodo di composizione all’insegna del più rigoroso DIY e del connubio tra assemblaggio industriale e composizione romantica.
È uno strano figlio di una strana epoca, il Dirty Beaches di Taiwan (ma ufficialmente canadese) che somiglia per tanti versi al più yankee degli Elvis (con gli occhi a mandorla): da una parte i gemiti vitali del primo rock chitarristico filtrati in microfoni al silicone, come nel primo exploit di Badlands, e dall’altra la frenetica ricerca dell’evoluzione sintetica, come nella Las Vegas gonfia di cocaina che pareva tratteggiarsi nel successivo Night City. Rigore e metodo che lo avvicinano al “tipo ideale” degli sperimentatori dei primi ’80 – chi ha detto John Foxx? – ma anche composizione free e meditati abbandoni alla vibrazione della sette corde.

Bisogna dirlo dall’inizio: il doppio Drifters / Love Is The Devil non aiuterà a risolvere l’enigma dell’uomo senza patria e senza tempo. Ma è affianco a questo segreto ancora celato che emerge ora la compiuta maturità di un talento che probabilmente non troverà la propria pace nei nostri giorni – ed anzi perseguirà ad inseguire gli incubi che furono di Alan Vega attraverso altri bivi artistici ed altri nodi esistenziali. Il tempo – questo sconosciuto – si è fermato una volta ancora, stavolta sulla serenata meccanizzata di Elli e sull’osceno baccanale di Casino Lisboa, bussando alla porta dei Black Keys (in versione Transilvania) nella I Dream A Neon che è il più diretto saluto alla barcollante forma-canzone di cui si nutriva Badlands. Si parla di bivi, però. E il bivio, se non bastassero le fertili contraddizioni di una carriera intera, oggi spetta alla puntina che passa dai solchi Drifters a quelli di Love Is The Devil. Un salto dal nastro trasportatore della paranoia industriale alla fitta vegetazione quasi-ambient che accoglie atmosfere riverberate e lunghi passaggi senza volto, in cui il soliloquio degli strumenti prende la scena a discapito del groove acido di sempre. Su tutte, spicca il cicaleccio nevrotico di Woman a compiere il passo che porta all’unica conclusione possibile: non c’è una risposta, non c’è un posto, non c’è un tempo. Esiste una maturità, che non è come quella della farfalla che dimentica i suoi giorni da crisalide, ma che assomiglia invece a quella di un cacciatore di tesori nascosti – condannato a restare solo, su un’Atlantide che non è segnata sulle cartine e in cui i passaporti e gli orologi sono le leggende di cui non curarsi.

(13/10/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.