Diablo Swing Orchestra – Pandora’s Piñata

Scheda
Rispetto al genere
8.5


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
7.5


Voto
8.0

8/ 10

di Alekos Capelli

Diablo Swing Orchestra. Tre parole la cui associazione evoca una strana visione/creatura musicale, effettivamente basata su una diabolica cooperazione fra un nucleo metal con un orchestrina swing, che si fondono e confondono in una formazione allargata a otto elementi, capaci di sfornare piccoli grandi capolavori underground di stravaganze e varietà in musica.

Pandora’s Piñata, terzo album sulla lunga distanza, riapre alla grande l’eccentrico e irresistibile carrozzone musicale dei Diablo Swing Orchestra, band davvero particolare e sui generis, a stento ascrivibile al panorama avantgarde metal, ma idealmente vicina ad autentici outsiders come Naked City, Mr. Bungle, Unexpect o Sleepytime Gorilla Museum. A differenza della talvolta aspra e impenetrabile scorza sperimentale di certo avantgarde, il grande pregio dei Diablo Swing Orchestra sta nella volontà di mantenere un posto centrale, nell’economia del sound, per la melodia e il ritmo più trascinanti, grazie ai quali i loro brani, indubbiamente complessi, mutevoli e folli, guadagnano e mantengono un’ottima fruibilità e immediatezza. Dal buon debutto The Butcher’s Ballroom (2006) la band svedese ha lavorato a fondo sugli arrangiamenti e sulla commistione fra partiture tipicamente metalliche e inserti swing, latini e funky, amalgamandoli con notevole fluidità. L’intrigante ricetta dei D.S.O. convince sin dall’opener Voodoo Mon Amour, brano carico di groove e di trombe e tromboni swing (Martin Isaksson, Daniel Hedin), ma riesce a mantenere alta l’asticella della sregolatezza anche con Guerilla Laments, Black Box Messiah (che sembra essere uscita direttamente da Disco volante) e Of Kali Ma Calibre. In tutte le composizioni di Pandora’s Piñata un posto di rilievo è occupato da Annlouice Loegdlund, cantante di razza, capace di passare senza problemi da interpretazioni cabarettistiche e scanzonate a intonazioni liriche (Aurora), conservando sempre intatto il lato melodico e catchy del progetto. La riot-opera (come a loro stessi piace definirsi) dei ragazzi di Stoccolma si conferma più fantasiosa e avvincente che mai, esaltata a dovere da una produzione potente e definita, con un grande lavoro di drum-tech e chitarre distorte. Ciliegina sulla torta i soliti testi fuori dagli schemi, surreali e allegorici, e impregnati di uno humour nero leggero ma frizzante, che regalano a Pandora’s Piñata un piacevolissimo retrogusto weird.

(27/07/2012)

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Alekos Capelli
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