DiMartino – Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
7.0


Voto
7.5

7.5/ 10

di Salvo Ricceri

I figli dei cantanti degli anni ’60 hanno almeno un albergo in centro, e sessanta cieli in una stanza. Lapidario, scanzonato, educatamente sovversivo. Vero. Racconteremo, tra qualche decennio, che venne il tempo in cui nessuno comprava più dischi, ma la musica riempiva comunque ogni centimetro delle nostre libertà, ed era la migliore, la musica più bella che ci fosse stato dato di ascoltare: racconteremo di assalti alle agenzie tributarie con i caschi integrali a proteggerci dai lacrimogeni, dei cinema universitari a poco prezzo, del Valle, del Garibaldi, del Coppola e delle decine o forse più di teatri occupati nelle isole e  lungo tutto lo stivale, ormai lercio di vomito e fango. Parleremo soprattutto dei cantori di questo millennio ancora avvolto nella carta da imballaggio, dei menestrelli hi-tech che con la pretesa di una sei corde folk a tracolla tentarono di cantarci l’uomo nuovo, il suo posto tra le odierne dinamiche ambientali: Antonio Dimartino può essere considerato a pieno titolo uno dei più eclettici esponenti della “nuova generazione” di autori, un volto novello (alle cronache di massa) che ha comunque l’aplomb del caposcuola. Tempo fa (era il 2010) uscì allo scoperto con un memorabile Cara maestra abbiamo perso, copertina ormai parte  del patrimonio neo-folk ed indipendente, album che fece epoca per l’estrema ricercatezza dei suoni e delle parole, in collisione stridente con la dicitura “disco d’esordio”. I Dimartino (il plurale vuole indicare l’intero entourage di musicisti che ruotano attorno al progetto) si schiusero presto al plauso del ferace pubblico di nicchia e dopo aver “sparato a Vinicio Capossela” ma soprattutto dopo aver conferito le pubbliche benedizioni-partecipazioni del brillante Brunori, di Brondi e del “vate” Cesare Basile, tirano fuori dal cilindro oggi, anno domini 2012, questa meravigliosa prova di stile, un disco corposo nonostante l’immediatezza degli arrangiamenti (che attingono tanto dal pop più blando quando dal folk, oltreché dalle più eleganti produzioni d’autore nostrane) , complesso e “serio” nonostante la sognante spontaneità che si “respira ascoltando” (e qui la sinestesia è ricercata, calza a pennello). Valicano la linea di fuoco sita tra un buon esordio e la piena, affermata maturità, con un disco che potremmo definire “latte di capra”: è ottimo, ma non piace a tutti, è di gran lunga più nutriente del latte comune, ma non tutti possono digerirlo. Ok ragazzi, la metafora è parecchio infelice, ma resta il fatto che (lungi dall’orribile espressione “o si odia o si ama”) probabilmente molti rimprovereranno al cantautore palermitano il timbro eccessivamente radio-friendly di alcuni brani (non è rado imbattersi in  conversazioni del genere, vertenti in linea di massima su “Non ho più voglia di imparare”) . E’ innegabile, però, che dopo aver avuto un rapporto di spassionata vicinanza con questo “Sarebbe bello non lasciarsi mai ma abbandonarsi ogni tanto è utile”(Piccica Dischi), vi ritroverete in men che non si dica a canticchiarne i versi con la pompa di benzina in mano, o durante la pausa-pranzo, accorgendovi con trasognata gioia che quelle parole sono le vostre parole, e che questa musica è la musica con la quale chiunque di voi sottolineerebbe quel particolare stato d’animo, quel particolare momento storicamente stanziato. L’artista Dimartino diviene interprete del nostro essere storia ed al contempo speranza, diviene Cristo che viaggia su un autobus per New Orleans con le Converse rotte dalla strada, Monicelli che vola dal balcone, la paura nei sacchetti della Crai,  le ferrovie dello stato e parecchia altra roba, adeguatamente tritata ed agitata bene prima dell’uso. Insomma, racconteremo tra qualche decennio che venne il tempo in cui venivano pubblicati dischi come questo disco, e non potevamo aspettarci di meglio, non potevamo che aspettarci dell’altro.

(19/06/2012)

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Salvo Ricceri
Salvo Ricceri

Su OUTsiders, dal Febbraio 2012, scrive di indie-pendenze, provincialismi e menestrelli. Dirige la sezione Catania. Contatti: salvatorericceri@outsidersmusica.it