Dexys – One Day I’m Going To Soar

Scheda
Rispetto al genere
4.0


Rispetto alla carriera
4.0


Hype
5.0


Voto
4.3

4.3/ 10

di Matteo Monaco

Per chi scrive, i Dexys (con l’imprescindibile desinenza “Midnight Runners”, ora scomparsa) vivono in un passato lontano, facendosi compagnia con le derive cantautorali e folk sorte dal movimento punk. Ricordano i biografi che la band di Kevin Rowland si distingueva prima di tutto per lo spirito “vergine”: se John Lydon e Joe Strummer ricomponevano i pezzi di una nuova carriera in chiave di “autori rock”, l’uno tramite i venefici umori dei PIL, l’altro con la musica-politica, i Dexys dovevano ancora scrivere un primo capitolo. Nessuna vendetta nei confronti del sistema mediatico, nessuna esperienza da riscattare o rimpiangere.
Ciò che è sottolineato dagli stessi biografi dei “Celtic Soul Brothers”, al netto delle stagione inglese 1977-78,  è quindi l’ingenuità con cui hanno fatto capolino sulla nascente scena wave. Un elemento che si ricollega evidentemente al ritorno sui palchi internazionali dopo 27 anni, con lo stesso sorriso allegro stampato in volto e  con una manciata di canzoni da registrare. Il benvenuto a One Day I’m Going To Soar avviene mentre immaginiamo lo stesso spirito fresco e perfino un pò stupito dei nuovi Dexys, di fronte a quello che sembra essere il loro destino. Infatti, tralasciando per un attimo l’ennesimo cambio di formazione e i soliti colpi di testa di Rowland, la prima domanda che ci si pone è: “In quale limbo sono rimasti finora?”. Proprio come all’epoca degli esordi, One Day I’m Going To Soar lascia l’impressione di un’opera senza tempo (o fuori tempo massimo), completamente estranea alle vicende musicali (e non solo) susseguitesi nel recente trentennio. L’evoluzione è una parola sconosciuta a questi feticisti del passato, come già insegnano i convulsi anni di riscoperta delle proprie radici sonore, tra Searching For The Young Soul Rebels e il folk celtico di Too Rye Ay, quando invece nell’isola di Sua Maestà imperversava il terrore dark e scoppiavano le rivolte sindacali.
Tocca quindi rispolverare il manuale del rock, per rintracciare i rimandi e i tracciati musicali ideati dal complesso irlandese. Partendo dall’imbarazzante I’m Always Going To Love You, una sorta di mash-up tra gli ABBA e un’ipotetica band capeggiata dal Disco Stu dei Simpsons. Oppure il crooning brillo di I’m Thinking Of You; citando testualmente un commentatore internettiano del Guardian, “come sentire tuo padre che canta al karaoke dopo una birra di troppo”, con le conseguenti reazioni di fuga da parte del malcapitato figlio. Basterebbe questo per chiudere, con qualche rimpianto nostalgico, l’ultimo sipario sulla seconda vita dei Dexys. Pochi, troppo pochi gli spunti forniti da quella vena di irriducibile umanità che è propria della poetica di Rowland. Ad esempio l’autobiografica Nowhere is Home, dove le chitarre e i violini dialogano come ai bei tempi di Too Rye Ay, o una raffinata Me, simile ai capolavori del miglior Donald Fagen. La prova con il tempo, nonostante tutto, condanna i Dexys senza un’apparente possibilità di appello. Sì, perchè quell’immortalità romantica di cui si circondò il gruppo irlandese, composta in parti uguali di onestà e istinto , è finita per assomigliare ad un capriccio rétro senza significato. Più che i Dexys, oggi ci mancano i Midnight Runners.

(14/06/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.