Devendra Banhart – Mala

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.3

7.3/ 10

di Giacomo Dalla Valentina

Devendra BanhartConcediamoci un preambolo del tutto inutile, che in caso di fretta o poco interesse il lettore può tranquillamente saltare (la vera recensione comincia qualche riga più in basso), ma che può essere utile al neofita per meglio entrare nella personalità del signor Banhart, l’autore di Mala: a differenza di quanto si potrebbe pensare, Devendra Banhard, classe 1981, fu chiamato davvero così dalla madre venezuelana, in quanto sinonimo maschile di Indra, nome del signore della folgore nel credo induista; in più il suo secondo nome, mai comparso sui suoi lavori musicali era “Obi”, con riferimento a un altro (a modo suo) signore della folgore, il maestro Jedi Obi-Wan Kenobi. Il contesto in cui nasce, che ricorda fortemente le vicende personali di un altro giovane e talentuoso cantautore statunitense, Christopher Owens, rappresenta una delle tante comunità religiose di cui gli Stati Uniti abbondavano negli anni Settanta, e che nonostante le grandi contraddizioni e utopie che le caratterizzavano, costituivano un notevole humus per la musica e, più in generale, le arti. Qui nasce e cresce, quindi, il nostro artista.

Tornando a noi: pura incarnazione dello spirito bohemién, o per lo meno della più sincera incarnazione che questa attitudine possa avere nel mondo contemporaneo, Devendra Banhart arriva con Mala al suo ottavo album, dimostrandosi un artista decisamente poliedrico, capace di evolvere e di tirare le fila di una carriera che, con alti e bassi, testimonia l’indubbio talento di questo bizzarro cantautore.
Interprete di un genere musicale difficilmente qualificabile -i critici sono letteralmente impazziti, in bilico tra ispirazioni folk, cavalcate di rock psichedelico e rimandi a mille altri generi-, in ognuno dei suoi album Devendra ha inevitabilmente infuso parte della propria esistenza, dalla prima fase vagabonda della sua vita, alle forti reminiscenze hippie degli ultimi anni, fino a Mala.
Da questo album, infatti, la musica si fa minimal, più sobria delle esperienze precedenti, probabilmente per il fatto che Mala (tanto nella composizione quanto nell’esecuzione) rimane il lavoro che esprime in musica la sua storia sentimentale con la modella serba Ana Kras, musa ispiratrice e compagna di vita del cantante texano. Un lavoro più semplice dei precedenti, decisamente più “canonico”, ma non per questo meno bello: anzi, in un lavoro in cui con un folk ispirato, coerente con se stesso ma al contempo vario, il songwriter ben si ritaglia il suo spazio (o i suoi quindici minuti di notorietà, se preferite) nel panorama del cantautorato giovane e di qualità americano, del quale luminari e ispiratori sono, almeno in questo caso, Beck, Sufjan Stevens e, in certa misura, Elliott Smith.
Mala è un album relativamente lungo, ma che si assapora con facilità e in un sorso solo, dall’introduzione di Golden Girls (in cui si sentono gli stessi, magnetici intrecci tra chitarra e basso che erano le linee guide dell’ultimo album di Norah Jones), attraverso un percorso che tocca momenti di buonissima musica, rischiando solo di ripetersi di tanto in tanto. In You Fine Pretty Duck Devendra e Ana duettano in un candore che ricorda la fantastica Well It’s True That We Love One Another tra Jack e Meg White (White Stripes), o la Anyone Else But You tra A dam Green e Kimya Dawson (Moldy Peaches): un clima di deliziosa ingenuità rovinato solo da un finale in cui le tentazioni disco prendono il sopravvento, cacciando in un angolo l’intreccio melodico del duetto.

Devendra & AnaDevendra fa poi l’occhiolino alle sue origini venezuelane in Mi Negrita, dedica Für Hildegard von Bingen (uno dei pezzi migliori del disco) ad una mistica medievale, contrappone il blues lento di Won’t You Come Over all’elettronica Cristobal Risquez, per poi confezionare un altro piccolo capolavoro in Hatchet Wound. Lo stesso per le sonorità sognanti di Won’t You Come Home (vengono in mente i giovanissimi Speck Mountain), nella quale il basso, la chitarra sognante e la voce sussurrata del cantante hanno il potere di calmare e cullare ogni spirito verso lidi lontani. In un coacervo di stimoli che si lasciano il passo con eleganza, senza mai finire per appesantire l’opera nella sua integrità, il signor Banhart si rivela essere un compositore capace, un musicista notevole ma soprattutto il più simpatico, irresistibile e genuino freak del continente americano. E il suo Mala, creatura nata dall’amore, non può che piacerci.

(22/03/2013)

Commenta
Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.