Depeche Mode – Delta Machine

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.3

7.3/ 10

di Giorgio Albano

Depeche-Mode-la-recensione-di-Delta-Machine_h_partb

Sono già passati parecchi anni da quando il terzetto inglese (all’epoca quartetto) esordiva sulle scene mondiali preparandosi a rivoluzionare i canoni della musica electropop. Precisamente era il lontano 1981 quando veniva pubblicato Speak and Spell, prima perla di una collana che sarebbe, col tempo, diventata parecchio più lunga. Con Delta Machine i Depeche Mode salgono a quota tredici album in studio in ben trentadue anni di carriera: impressionante. Ciò che stupisce davvero è la capacità del gruppo di Basildon di rimanere ancora così terribilmente attuale, nonostante sia passato tutto questo tempo. Si perché, nonostante i Depeche possano vantare di aver assistito in prima persona all’epoca dei Nirvana come quella delle boy band, sono sempre stati capaci di reinventarsi e trovare una propria nicchia di mercato in cui produrre musica di grande fattura. Tutto questo senza né rinnegare mai il proprio passato e né risultare ripetitivi e monotoni. Così arriviamo nel 2013 e scopriamo che una band formatasi  tre decadi fa è ancora un punto di riferimento per chi voglia produrre del synth-pop di una certa caratura. Probabilmente basterebbe questo per concludere la recensione inchinandosi con un certo timore reverenziale alla grandezza del gruppo e sorvolare sulle considerazioni in merito all’album attuale. Tuttavia, focalizzandosi su Delta Machine, è quasi inutile dire che, anche questa volta, il gruppo inglese abbia mutato leggermente il proprio sound.

Rispetto a Sounds of Universe (penultimo disco, pubblicato nel 2009) Delta Machine suona leggermente meno elettronico. Le basi prodotte da Martin Gore e Andy Fletcher risultano avere solo  una funzione di sottofondo, lasciando la quasi totalità della scena alla voce, sempre fantastica nonostante l’età, del re Mida della musica elettronica Dave Gahan ( si veda anche la collaborazione del 2012 con i Soulsavers in The Light The Dead See). Rispetto al recente passato tornano molto in auge i duetti con Martin Gore su cui si basano gran parte dei pezzi. Tornano a recitare una parte importante anche i giri di chitarra, più presente e capace di dare al disco un tocco di blues davvero piacevole. Un ottimo esempio è Slow, sesta traccia del disco, che fotografa perfettamente questo ritorno ad un blues elettronico già sperimentato in pezzi storici del passato quali ad esempio Dream on. Inutile dire che i Depeche Mode fanno ancora molto affidamento sulle parti melodiche. Queste, scritte da Gore e già ottime “sulla carta”, vengono portate ad un livello superiore dalla voce di Dave.  Questà capacità, compositiva ed interpretativa, è sempre stata uno dei cavalli di battaglia del gruppo inglese e trova in questo disco un risalto ancora maggiore.  Le basi elettroniche che si inseriscono tra l’ambient e la minimal sono studiate ad arte far risaltare maggiormente le parti vocali. Lo stesso Gore in un’intervista ha dichiarato, riferendosi all’album: “Voglio che la gente si senta bene quando lo ascolta, che provi un senso di pace. Questo disco ha qualcosa di magico”. In effetti l’insieme di tutte queste componenti rende il disco davvero piacevole e molto uniforme. Le dimensioni delle tracce si perdono facilmente dando la sensazione di un’unica traccia che ti accompagna per quasi 59 minuti di musica soave e rilassante. I DM sono stati molto bravi anche per quanto riguarda tutto il lavoro di post produzione (disco prodotto da Ben Hillier come alcuni dei suoi predecessori). Tracce come Heaven o Soothe My Soul risultano essere gli unici picchi in mezzo a pezzi che tendono trasportare in modo delicato. Dimenticatevi hit irriverenti alla Personal Jesus. L’altro lato della medaglia è ovviamente rappresentato dalla poca incisività di alcuni pezzi, che tendono a risultare poco penetranti e vagamente apatici. Valutate una traccia alla volta il lavoro risulta un po’ troppo riflessivo e non eccelso. Se, tuttavia, si considera il disco nella sua interezza non si può fare a meno di notare quanto i Depeche Mode siano di nuovo riusciti a produrre un lavoro degno del loro nome.

 

(21/04/2013)

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Giorgio Albano
Giorgio Albano

Redattore.