DelaWater – Open Book At Page Eleven

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.0


Voto
6.5

6.5/ 10

di Luca Nasetti

Rilassante evasione. Come immersi in un bagno di acqua calda. Dolcemente cullati da leggeri groove melodici e una semplice voce fugace che parla senza dire per forza qualcosa. Neanche si noterebbe molto quella chitarra crunch appena accennata se non fosse per le immagini oniriche che evoca mentre suona. Giusto quello che serve in quei cinque minuti necessari per finire di leggere un buon libro. Fluttua via così Open book at page eleven, come una nuvola. I teramani DelaWater disegnano per l’indie-rock un album sognante, da ascoltare qualche centimetro sotto il cielo. Ad occhi chiusi. Luci spente. In silenzio. Per poi tornare compiaciuti con i piedi per terra. Eppure, come insegna la storia, storcere il naso davanti alla necessità di definire il genere è ormai sport comune ai critici e agli appassionati. Ammesso e non concesso che la musica (tutta) si lasci classificare nei significati terreni delle cose, l’album trasfigura la realtà circostante enfatizzando l’ambiente in cui viene ascoltato, ma il rischio di dimenticarsi ciò che si è appena sentito è più che concreto. Ogni brano suggerisce immagini, storie, racconti, emozioni che alla fine, quando si spegne lo stereo, rimangono in testa più delle canzoni stesse. La mente fa fatica a tornare indietro per ripetere col pensiero i singoli brani e il chiedersi “che cosa ho ascoltato” lascia il posto ad un più suggestivo “dov’ero”? Il luogo, per quanto immaginario o immaginato e creato dall’album, surclassa e vince il suono, la nota e la musica. Servirebbe un secondo ascolto, subito immediato. Peccato sia finito il tempo per rilassarsi ed evadere. A disco spento l’intero mondo torna ad essere quello che era. L’album, seppur così bene congeniato, diventa così solo uno strumento di “piacere” per i sensi danneggiati dalla dura realtà quotidiana. Una sorta di medicina da prendere nel bisogno: non importa cosa c’è dentro, ma so che mi fa bene.

(15/03/2014)

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Luca Nasetti