Deadmau5 – Album Title Goes Here

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
6.7


Hype
6.7


Voto
7.0

7/ 10

di Mar. Val.

Come Stephen King ci insegna, a volte, per fortuna, ritornano. O probabilmente sarebbe meglio dire che non sono mai scomparsi del tutto. E’ il caso del canadese Joel Zimmerman, in arte Deadmau5, geniale quanto imprevedibile ratto in carne e ossa – che dopo avere conquistato le orecchie del grande pubblico a colpi di cassa ad alta densità tecnologica con “For Lack of a Better Name” (2009) e “4X4=12” (2010) – , si riaffaccia sul panorama discografico internazionale attraverso il suo tanto atteso sesto lavoro ufficiale, Album Title Goes Here. E diciamolo subito, a scanso di equivoci: le aspettative a riguardo non sono state tradite, anche se qualcuno ha storto il naso. A detta di molti, infatti, Zimmerman, a causa della notorietà acquisita, avrebbe perso un po’ la disinvoltura creativa dei giorni migliori (quelli, per intenderci, fatti di bombe da club del calibro di  “Ghosts ‘N’ Stuff” o “Raise Your Weapon”, alternate a “viaggi” ipnotici, oltre che surreali, quali “Arguru” e “Strobe”) in favore di un adeguamento alla scia dei prodotti mainstream. Sarà. Ma la realtà è che quando il “roditore elettronico” fa sul serio assembla qualsiasi tipo di suono, stile e sensazione come nessun altro.
La scaletta di Album Title Goes Here non gioca certo di rimessa: si parte con un esasperato terzinato (Superliminal) , subito seguito da una sinfonia sintetica (Channel 42), dove si avverte la presenza di Wolfgang Gartner (già noto per “Animal Rights”). Poi ci si ferma un attimo per dare spazio a The Veldt, uno dei brani più intensi del disco (la cui parte vocale, scritta e interpretata da Chris James, è nata durante una delle tante sessioni di studio trasmesse in streaming dal dj canadese) . Con le successive tre tracce, Fn Pig, Professional Griefers e Maths, di marchio electro, che farebbero rabbrividire pure Miles Dyson, l’idillio creatosi precedentemente tra sonorità pop – dance e atmosfere della canzone d’autore viene a mancare. Dopo, arriva il meglio (e il peggio) dell’album: mentre There Might Be Coffee, Closer e October risultano brillanti e dal primo ascolto non ti mollano più, il resto, vuoi per le collaborazioni infelici ma soprattutto per la troppa autoreferenzialità, è da dimenticare.
Per farla breve, il disco, pur non facendo gridare al miracolo, si dimostra apprezzabile e maturo. Perchè, in fondo, gli autentici fuoriclasse non si smentiscono mai.

(10/10/2012)

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Mar. Val.
Mar. Val.

Redattore. Studente di Sociologia all'Università di Torino. Contatti: marcovalzano@outsidersmusica.it