Dead Can Dance – Anastasis

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
5.5


Hype
5.0


Voto
5.8

5.8/ 10

di Salvo Ricceri

Non ci si arrende all’idea che le clessidre corrono ad una velocità esponenzialmente maggiore della nostra, e che ad un certo punto l’affanno del rincorrerle smette di indossare i panni dell’eroico per allacciarsi a quelli ben più miseri del ridicolo: fare i conti con la millenaria battaglia tra essere ed esser stato è compito sgradito a tutti, dal contadino all’holding manager, non ne vieni a capo nemmeno se ti chiami Brendan Perry ed i gorgheggi cavernosi e densi della tua voce hanno fatto la storia di parte della pop music degli ultimi trent’anni circa.

Perché ad usare un’impropria e generica classificazione è ciò che sono stati i Dead Can Dance: storia, innovazione.

Post-punk prima di ogni vezzo post-punk, ambient prima che fosse di moda produrre ambient: quando la new-wave della prima guardia cominciava ad avvizzire sbucarono fuori con un onirico e cupo canto oltremondano chiamando il tutto dark-wave, e quando poi tutti cominciarono a fregiarsi dell’etichetta dark-wave eleggendoli 2maestri2 indiscussi fuggirono via rispolverando il fascino marmoreo dei canti liturgici, delle liriche maudit, dell’ascesi conventuale, o ancora le divinatorie scale armoniche proprie della cultura medio-orientale, tempi ritmici pulsanti di fiamma, sangue e tribalismo, la meravigliosa e trascinante magnificenza della world music, il tutto sempre tenendo fede ad una identità stilistica di fondo, favorita (se non determinata) dai riconoscibili e caratteristici timbri canori del duo Perry-Gerrard (Lisa Gerrard, contralto femminile dei Dead Can ed apprezzata compositrice solista, nota ai più per i lavori nel campo delle colonne sonore cinematografiche) e da una cura maniacale per l’aspetto compositivo di ogni raccolta. Ma la storia (anche grottescamente recente) ci insegna che ogni buon vecchio artista ha passi da compiere e mete da raggiungere, e sono passi e mete inscritte tanto nel genio compositivo quanto nella facoltà critica dell’ascoltatore, facoltà che non può essere elusa nemmeno dal più brillante degli Houdini: la meta era già stata raggiunta quasi due decenni fa (era il 1996 e l’album era Spiritchaser) ed ogni retta espositiva poteva dirsi ricondotta al punto d’origine in una brillante, circolare e metaforica storia narrata, tutto ritornava li ove era partito. Passano 16 anni (ne crollano di imperi, in un arco così lungo di tempo) ed eccoli di nuovo li, in sala di incisione piuttosto che su un enorme palco internazionale, vispi e ringalluzziti da quel vigore che passati i 50 generalmente ingombra la testa del brizzolato medio, a parlarci di questo nuovo lavoro partorito dopo una reunion auto-celebrativa (ma non ditelo a loro) che trova il suo significato in un ultra-professionismo misto alla già citata pluridecennale esperienza più che nell’originalità che li ha contraddistinti in passato, originalità che sembra se non latitante quantomeno in stato di rassegnata degenza.

Non vorrei incorrere in fraintendimenti, Anastasis è un ottimo lavoro con tracce anche di notevole rilievo (mi colpiscono già al primo ascolto la primordiale Agape o  le escursioni vocali di una ottima Return of the She-King) ma a conti fatti non è che il denso distillato dei lavori precedenti missato all’ostinazione di definirsi attuali (si parlava di questo anche riguardo ai Killing Joke su questa testata, un pò di tempo fa), il testamento musical-poetico di due artisti che andrebbero meritatamente annoverati tra i pochi principali compositori dell’ultimo quarto dello scorso secolo: ciò che dunque di annuncia solennemente come Anastasis (in greco “resurrezione”) fa in realtà le veci di una pira funeraria prossima alle fiamme, un disco per sognatori ancorati ad un florido passato che credono ancora nel famigerato “bisogno di esprimersi” anche fuori tempo massimo. Un disco (pubblicato dall’etichetta 4AD che annovera in catalogo nomi come Tv On The Radio o Pixies) che se firmato da un giovane compositore contemporaneo farebbe urlare al capolavoro, ma in mano ai Dead Can Dance emana il glorioso e crepuscolare fetore della pensione.

(27/08/2012)

Commenta
Salvo Ricceri
Salvo Ricceri

Su OUTsiders, dal Febbraio 2012, scrive di indie-pendenze, provincialismi e menestrelli. Dirige la sezione Catania. Contatti: salvatorericceri@outsidersmusica.it