Davide Matrisciano – Traffico di pulsazioni (9 modi di intendere il frastuono)

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
6.0


Voto
7.0

7/ 10

di Salvo Ricceri

I suoni se ne stanno nella musica per rendersi conto del silenzio che li separa, soleva dire il buon vecchio John Cage a chi cercava di venire a capo dei suoi stravaganti sperimentalismi sinfonici, alcuni decenni addietro. Ed in questo “Traffico di Pulsazioni”, opera prima del compositore Davide Matrisciano, si intravede proprio l’irrisoria e inconsistente linea di demarcazione tra ciò che è notoriamente e comunitariamente indicato come “suono” e ciò che invece risulta essere “silenzio”(un silenzio che, è dovere ricordare, non ha alcun riscontro nella contingenza del reale, non esiste, coincide e trova la propria essenza nella pubblica, condivisa disattenzione). Insomma, ad esser chiari, qui si parla di ciò che può capitare quando una impostazione indie si ritrova a passare per lo strumentalismo d’avanguardia, violentemente riottoso, disturbante, in netto slancio innovativo ma all’occorrenza anche elegantemente classico e tradizionalista.

Parliamo di suono perché innegabile è il lungo processo di assemblaggio armonico e stilistico che viene colto tra le righe di questi nove pezzi elettro-ambient, che strizzano l’occhio destro alle esuberanze fosforescenti del pop da classifica ed il sinistro all’eversione folle e geniale di uno Stockhausen agli esordi.

E parliamo invece di silenzio perché è proprio di silenzio che sono intinti questi spazi, del silenzio opprimente della normale e ciclica routine di una vecchia borgata, del rumoroso e pur inascoltato frastuono di mille passi in un aeroporto, della “rumorosa quiete” di un risveglio campestre, del silenzio bianco e ultraumano dell’enorme “tutto”, virginale ed incontaminato. Viviamo ciechi e sordi al silenzio, ci lasciamo sfiorare dalla sua prominente presenza ritraendoci di scatto quando uno solo dei suoi più tenui tentacoli ci si poggia di fianco: abbiamo orrore, abbiamo schifo e ribrezzo del silenzio, del rumore, del suono che evade la consapevolezza. Le nove composizioni incise sono forse la chiave per dare nome e credenziali a questo deficit d’attenzione, alla ritrosia dell’ascolto consensuale, alla mancanza di lavoro conscio, una sconfinata e fine tela su cui dipingere le miriadi di impressioni che la nostra mente, giornalmente e con costante caparbietà, evita di registrare.

Un disco limpido come acqua di fonte montana, ma (inutile nasconderlo) parecchio complesso da intendere ed interpretare: chi tra voi avrà piacere di acquistarlo trovando il tempo e la capacità di berne l’essenza intrinseca, rimarrà piacevolmente compiaciuto nell’appurare che ogni brano sembra ritagliato magistralmente per stati d’animo ben definiti (e spaventosamente variegati, dissimili, talvolta opposti), come se a redigere le partiture sia stato il palmo della vostra stessa mano.

Un disco umorale, per ogni colore ed ora del giorno, registrato sotto l’egida dell’etichetta Prehistorik Sounds e composto da un ventisettenne napoletano che regge sulle spalle più di un decennio di studi musicali, una laurea in Filosofia alla Federico II di Napoli, tre riadattamenti di altrettanti madrigali di Carlo Gesualdo da Venosa e collaborazioni con alcuni nomi dell’intellighenzia artistico-letteraria italiana quali S. M. Fazio, Alessandro Palmigiani e Vincenzo Incenzo.Una musica che non ha parole ma dialoga in potenza, e che il buon Battiato, tenendo fede alla sua Fisiognomica, definirebbe “un oceano di silenzio, che scorre lento senza centro né principio: cosa avrei visto del mondo senza questa luce che illumina i miei pensieri neri?”. Le carte sono state diligentemente dispiegate sulla tavolata, Matrisciano promette, noi nel frattempo stiamo tutti in silenzio, ad ascoltare meglio ciò che silenzio e rumore hanno da dire.

(04/08/2012)

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Salvo Ricceri
Salvo Ricceri

Su OUTsiders, dal Febbraio 2012, scrive di indie-pendenze, provincialismi e menestrelli. Dirige la sezione Catania. Contatti: salvatorericceri@outsidersmusica.it