David Crosby – Croz

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
6.0


Voto
5.7

5.7/ 10

di Eugenio Goria

Una delusione delle più pungenti. Che David Crosby abbia perso parecchi colpi negli ultimi anni è ormai cosa risaputa. Questo lo sa bene chi quasi dieci anni fa fosse incappato nel suo tour italiano con Graham Nash: poca voglia di mettersi veramente in gioco e poche idee per farlo. E così, questo nuovo Croz non può certo incontrare il favore di ascoltatori legati non solo ai Byrds e a CSN, ma anche a quel capolavoro della psichedelia che è stato If I Only Could Remember my Name

Non che a Croz si possa attribuire una particolare colpa o mancanza. Semplicemente, è difficile pensare di ricreare a tavolino un’ispirazione che appartiene a tutto un altro contesto. Si finisce col sembrare anacronistici. Ma del resto, Crosby si è espresso molto chiaramente in merito alla sua ultima fatica: un lavoro diretto più che altro a se stesso. Una sorta di “vediamo se sono ancora capace”. E bisogna ammetterlo, il disco trasmette proprio questa sensazione, e ha il pregio di non essere una fredda trovata commerciale. Croz è anzi godibile sotto molti aspetti, grazie anche all’aiuto di Mark Knopfler in What’s Broken, e soprattutto di Wynton Marsalis in Holding to Nothing, e, in generale, la prestazione vocale di Crosby non ha sbavature. Resta tuttavia la sensazione di un lavoro messo su a tavolino, con fior di arrangiatori e musicisti pronti a confezionare il prodotto. Si è persa quella meravigliosa dilatazione degli spazi e il gusto per l’improvvisazione che animava i lavori passati, o anche alcuni momenti della produzione di Crosby and Nash. Certo, il piacere e la curiosità di avere materiale nuovo di David Crosby, che è sempre stato molto parsimonioso quanto a uscite discografiche, creano da soli un grande entusiasmo. Ma una cosa è il valore artistico, un’altra quello affettivo.

Crosby avrebbe fatto meglio a prendere esempio dal vecchio collaboratore Steven Stills, nella sua recente impresa con i The Rides: mettersi in gioco sul serio, accettare che se si ha un nome ingombrante, e parecchi anni sulle spalle, forse è meglio riservarsi proprio la posizione del grande vecchio, far la parte della guest star: una specie di allenatore in campo che dirige e gestisce al meglio forze fresche e al passo con i tempi. Non è sempre vero che the show must go on.

 

(18/02/2014)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.