David Byrne & St. Vincent – Love This Giant

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.0

8/ 10

di Gino Li Veli

La copertina è già indicativa: David Byrne e St. Vincent in posa ottocentesca ma con evidenti deformazioni ai lati del viso. L’effetto è un po’ spiazzante. Come lo è il contenuto musicale di Love this giant, uno dei lavori più attesi di fine anno e certamente uno dei dischi più interessanti dell’intero 2012. Spiazzante come poteva apparire il progetto, nato oltre due anni fa, che metteva a confronto l’ex guru dei Talking Heads, una delle personalità più innovative degli ultimi 35 anni (dagli inizi simil new wave con le “teste parlanti” alla sperimentazione di suoni non convenzionali fino al ritorno al successo con la colonna sonora di This must be the place di Paolo Sorrentino) e la giovane cantante e polistrumentista indie, al secolo Annie Clark, per indole artista fuori dal coro. Così quella che poteva apparire come una delle tante strane coppie prodotte dalla scena musicale, ha dato vita ad un disco che ad ogni ascolto regala preziosi tesori sonori nascosti, a dimostrazione delle grandi affinità fra i due, al di là delle differenze anagrafiche. Un lavoro che ha avuto una lunga gestazione e che alla fine contiene 12 canzoni inedite, di cui dieci scritte a quattro mani e due equamente divise. Ad emergere, fin dalla track iniziale Who è il rigore degli arrangiamenti senza chitarra e imperniati su una potente sezione di ottoni e sulla metronomica batteria elettronica di John Congleton. E qui è evidente, al di là delle “pari opportunità” iniziali, il predominio dello stile raffinato di Byrne, da sempre amante di orchestrazioni, ricche di fiati, capaci di disegnare architetture musicali sghembe e spigolose, quasi nervose, regalando gioielli di rara bellezza come The one who broke your heart, il brano più intenso del disco, con solo un gradino più sotto I am an ape e I should watch tv. L’impronta di St.Vincent, personalità necessarimente meno forte del compagno d’avventura, si evidenzia nelle linee melodiche delle composizioni, nei testi un po’ surreali (ma anche Byrne non scherza…) oltre che nel canto, a volte sfuggente, sempre comunque incisivo. Qualcuno lo ha definito “rock troppo chic”. Più semplicemente è un gran bel lavoro, ideale colonna sonora di fine anno.

(10/09/2012)

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Gino Li Veli

Editorialista. Giornalista de La Repubblica.