David Bowie – The Next Day

Scheda
Rispetto al genere
8.5


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
9.0


Voto
8.5

8.5/ 10

di Gino Li Veli
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Si può “riatterrare”  dopo un’assenza lunga dieci anni e riannodare il filo del racconto come se nulla fosse accaduto? La risposta non può che essere affermativa se il soggetto è in questione si chiama David Bowie, icona, star, genio (le definizioni si possono sprecare) tornato dopo due lustri a proporre un disco di inediti ( di qualità), The Next Day, che fin dalla copertina, è un’autocitazione (Heroes, uno dei dischi da portare su un’isola deserta). E la forza di Next day, dopo un primo ascolto (ma ne servono parecchi per apprezzarne l’intero valore) sta proprio in questo: il “Duca bianco” è “ritornato in vita” ma non scimmiotta i suoni alla moda,  non blandisce le sonorità giovanili finto alternative delle band che magari riempiono gli stadi senza un vero motivo logico. Questo  è soltanto un “gran disco di Bowie”, in cui sono messe in mostra  tutte le stagioni “bowiane”: dal puro rock and roll, alla psichedelia, al pop, al rock duro e spigolo dell’era “Tin Machine”, ma senza indulgere in nostalgia o autocompiacimento, anzi..In un lavoro in cui il filo conduttore è lo scorrere del tempo , Bowie , sembra voler dire: questo sono io, questo è quanto ho fatto finora . E con questo mio grande bagaglio guardo al futuro, vado avanti. Ed ecco venir fuori un album, con il fido Tony Visconti alla consolle, pieno di canzoni significative, come non gli accadeva da tempo, anche prima della sparizione, dovuta a gravi problemi di salute (tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila il nostro ci ha propinato album quanto meno discutibili e poco ispirati, come Reality). E invece fin dalla grintosa title track iniziale  il “Duca” si mostra artista tutt’altro che dimesso, in grado di insegnare molto ai discepoli, presunti o reali, su come bisogna fare una vera “rock song”. Si ammirano poi Where are we now, il singolo che ha preannunciato l’intero disco, struggente  al punto giusto (meritevole è anche il video), il pop malinconico, di Valentine’s day, il suono anni Sessanta di You feel so lonely you coluld die (quasi una seduta di autoanalisi), con la citazione finale alla batteria di Five years, l’affilato brano conclusivo Heat. Solo Mr. Bowie, capace di passare dalla cosiddetta trilogia berlinese alle canzoni natalizie con Bing Crosby, poteva ancora una volta spiazzare tutti. E’ solo una questione di classe.

 

(10/04/2013)

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Gino Li Veli

Editorialista. Giornalista de La Repubblica.