Darkthrone – The Underground Resistance

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
8.0


Voto
7.0

7/ 10

di Alekos Capelli

The Underground Resistance (titolo come sempre iconico e altamente suggestivo) è il nuovo album delle leggende norvegesi Darkthrone, che continuano esattamente laddove il convincente Circle The Wagons (2010) si era assestato. Il percorso a ritroso attraverso le radici del comune sentire metallico, quel complesso melting pot culturale e artistico che, dalla genesi del rock porta (anche) agli esiti più estremi del black contemporaneo, viene analizzato da Fenriz e Nocturno Culto con tutta la competenza e la passione di chi queste cose le vive sulla propria pelle da una vita, giorno dopo giorno. Questo viaggio da spiriti liberi ripercorre con mente aperta gli annali del classic metal, del thrash e dell’epic, spingendosi anche al punk, unificando la temperie musicale che ha caratterizzato gli ’80 e dato i natali ai ’90, metallicamente parlando.
Chi da The Cult Is Alive (2006) in poi vede in tutto questo solo una mera operazione nostalgia resterà irrimediabilmente deluso, nel constatare come i Darkthrone procedano stabilmente su queste raminghe direttrici vintage, estremizzando ancor di più la chiave di lettura epica e minimalista, ma anche quel particolare gusto ludico ed entusiasta tipico di chi suona con sincera passione e divertimento. I sei brani di cui si compone The Underground Resistance sono equamente distribuiti fra Nocturno Culto e Fenriz, con il primo impegnato nella creazione delle atmosfere più sulfuree e arcigne (vagamente in stile Hate Them e Sardonic Wrath, nonchè sicuramente memore dei primi Celtic Frost), mentre le scorribande (anche chitarristiche e vocali) di Fenriz si rivolgono a un’epicità sopra le righe, figlia diretta dei Manilla Road e “dei cavalieri di Rohan del metal, cullati nello stile targato 1985”, per citare le sue stesse parole, da vero black metal geek.
La prospettiva DIY che contraddistingue il corso recente dei Darkthrone ha fatto sicuramente bene alla loro verve compositiva, donandogli una seconda giovinezza artistica, completamente fuori dagli schemi e disinteressata a categorie di pensiero come novità/modernità/innovatività, ma non per questo meno valida e interessante, a dispetto del passare degli anni e del ciclico ricorso dei trend.

Personalmente mi sono ritrovato di più nei solchi del precedente Circle The Wagons, sebbene canzoni come la minimalista Dead Early, l’epica Valkyrie (perfettamente rappresentata dall’artwork di Jim Fitzpatrick) e l’infinita Leave No Cross Unturned (una prolusione lunga quasi un quarto d’ora sull’occulto nel metal), lascino indubbiamente il segno, in un disco dinamico, eterogeneo e funzionale, senza inutili orpelli o sovrastrutture, se non un intensa e dose di metallo senza tempo, per un necessario e salvifico tuffo nel passato, in compagnia di due degli artisti più vitali e necessari a questa trasversale resistenza underground.

(03/03/2013)

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Alekos Capelli
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