Dark Tranquillity – Construct

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Alekos Capelli

Construct segna il traguardo del decimo album in carriera per gli svedesi Dark Tranquillity, icone e capofila di quel melo-death di cui sono eccellenti interpreti, da ormai vent’anni a questa parte. Rispetto ai seminali esordi di Skydancer (1993) la band ha ovviamente e giustamente cambiato pelle più volte, presentando diverse interessanti sfaccettature e sfumature della medesima sostanza sonora. Personalmente ci sono state solo due occasioni in cui i Dark Tranquillity mi hanno veramente e stupito, col masterpiece The Gallery (1995) e con lo sperimentale e discusso Projector (1999), altrove la band mi è sempre apparsa a vario titolo seduta sui propri allori, riproducendo se stessa con incostante abilità e intensità. Il precedente We Are The Void (2010) è un buon esempio di questo lassismo e poca temerarietà compositiva, risultando (come già Damage Done e Fiction, del resto), piuttosto piatto e spento.

Fortunatamente per il proprio numeroso pubblico su Construct il quintetto di Gothenburg si è decisamente rimboccato le maniche, provando a ripercorrere quanto di meglio abbia creato negli anni, sintetizzato in dieci nuovi brani che recuperano alla grande il bistrattato comparto elettronico prodotto dai tasti di Martin Brändström (mai così presente e attivo negli ultimi anni), ma anche le melodie vocali pulite di Stanne, che nel tempo ha acquisito la necessaria esperienza e sicurezza interpretativa, prima mancanti.

Queste significative novità si traducono nelle semplici ma efficaci Uniformity, What Only You Know e State Of Trust, i momenti più catchy e palesemente depechemodiani dell’album, che convivono con i brani più tradizionalmente metallici (Apathetic, Endtime Hearts), sostenuti dal solito, riconoscibile chitarrismo di Sundin ed Henriksson, vero marchio di fabbrica della band (For Broken Words). Il gusto personale per queste sonorità meno violente gioca un ruolo di primo piano nella valutazione e nell’apprezzamento di Construct, ma è fuor di dubbio che una relativa sterzata stilistica c’è stata, e il sound imbolsito e prevedibile degli ultimi album ne risulta positivamente svecchiato e arricchito.

Niente di spettacolare o imprescindibile, sia chiaro, ma fa piacere constatare la lucidità e anche il pizzico di furbizia artistica che sta dietro a tali scelte, che sono comunque sinonimo di vitalità e apertura al futuro, da parte di un gruppo di musicisti non più giovanissimi (classe 1974), ma ancora desiderosi di rumore, energia, headbanging e divertimento (The Science Of Noise), come testimoniano i loro entusiasmanti live. Un dignitosissimo album con tanto mestiere e sano divertimento.

(04/06/2013)

Commenta
Alekos Capelli
Alekos Capelli