Daniel Johnston – Space Ducks

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
8.0


Voto
7.3

7.3/ 10

di Max Sannella

A furia di passare un’infanzia in quel di Sacramento tra fumetti di Captain America, insegnamenti educativi Metodisti ed un mondo onirico fatto di solitudine, pop corn e problemi di nervi seri, Daniel Johnston, il cantore dell’infelicità, non se l’è passata mai bene davvero, aveva bisogno di una scossa e finalmente in questo Space Duck rompe gli indugi e la sfera di vetro in cui è rimasto chiuso per molti anni, esplode e fa “rinascimento” di tutta la sua fantastica affabulazione, tra l’ingenuo e il tenero, tra colori brillanti e una strana inquietudine di fondo, un disco che ridà voglia di vivere e che mette sul piedistallo il riscatto verso un passato arido di emozioni e Johnston – senza usare mezze parole – lo canta, urla ai quattro lati della vita. Quasi un disco da “cartoons” per la dinamica “fanciullona” e per l’andazzo sopra le righe nel senso stralunato, dove fantasia e realtà si fondono senza mai realmente toccarsi, tracce e timbri, toni e atmosfere che non toccano terra se non per mettersi in coda per uscire dallo stereo; l’artista americano è in gran forma, in vena di provocazioni e al centro di un tenero e rutilante “show intenzionale” in cui piacere, sottili nevrosi e una beffarda voglia di divertirsi sono le scene maggiori. Quattordici brani dalle varie planimetrie, canzoni e atmosfere casalinghe accompagnate da vari amici che Johnston ha voluto con sé, come una fratellanza ritrovata. Come una mano nella mano con la nuova esistenza umana e cantautorale. La volontà del disco è quella di salvare il nostro pianeta Terra e tutto quello che vi abita di naturale, e le vignette e gli schizzi che si trovano ovunque nel booklet ne raffigurano le gesta come in un diario scolastico pastrocchiato di grande effetto. Tracce come la stomp ballad della titletrack, i passi gigioni e orgogliosi di American dream o la beatlesiana Mean girl give pleasure danno il senso compiuto di questa rinascita dell’artista e l’ascolto non può che giovarne, come un morbido massaggio sulla spiaggia; poi intervengono alcuni amici a colorare in surplus la vitalità dell’album, tra i tanti gli Unknow Mortal Orchestra in Satanic planet, il giovanissimo Jake Bugg in una struggente (anche per la particolare voce) ballata easy-folk Man on the moon o i Deer Tick nella piccola botta di vita rock Space ducks che riprende il tema della titletrack.

Davvero un bel disco, un progetto interessante e che dire, una vera celebrazione di vita, di buoni propositi e indefinito sfogo creativo. W Johnston e le sue oche spaziali!

(02/08/2013)

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Max Sannella
Max Sannella

Redattore.Parolaio e giornalista da 20 anni, tra note e distorsori, con l'Umbria come terra e la musica come amante.