Daft Punk – Random Access Memories

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
6.0


Voto
6.0

6/ 10

di Matteo Monaco

Esistono album che non possono essere giudicati, perchè osano un passo in avanti così deciso da rivoluzionare gli stessi strumenti con cui si scrive una recensione. Esistono miti collettivi tanto profondi da rendere (allo stesso modo) impossibile una valutazione lontana dagli interessi del cuore. Ce lo stanno raccontando su tutti i giornali e in ogni altoparlante del supermercato sintonizzato sulla melodia di Get Lucky: sono tornati i Daft Punk e hanno pubblicato l’indubitabile disco dell’anno. Ma che dico, è il disco del decennio, del secolo!
Insomma, ci eravamo quasi cascati: la perfetta commistione di elementi retro-pop con un affinatissimo e sempre attuale accento daftpunky del tormentone Get Lucky lasciava presagire un album completo, che avrebbe saputo coniugare la maturità degli artisti francesi con la sacra vena di follia che muta la pelle di un semplice disco nella splendida livrea di un capolavoro.

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Andiamo con ordine e cominciamo a sfoltire la selva di spot pubblicitari e di carta patinata spesi per questa grande operazione di marketing: Random Access Memories è il quarto disco in studio per il tandem transalpino (se escludiamo l’interessante colonna sonora del disneyano Tron), e quindi diretto discendente della ghetto-dance di Homework e dell’impegno sul fronte pop e techno, rispettivamente nel grande Discovery e nel mezzo passo falso di Human After All. Non è particolare da poco, perchè – a differenza di quanto letto e discusso in questi giorni – Random Access Memories non è un album caduto dal cielo, quasi per grazia divina. Anzi, già dalle prime note dell’inno para-religioso di Give Life Back To Music e del synth-revival raccontato dal nume tutelare Giorgio Moroder si riascoltano tutte le influenze che hanno reso grande il Daft Punk-sound: rapidi accordi di chitarra in salsa funky, vocoder e talkbox a graffiare le parti vocali, il sapiente intaglio del sintetizzatore a sovrastare la materia sonora in alta frequenza. È un disco genuinamente “loro”, che ci sarebbe piaciuto ascoltare e giudicare senza l’odioso can-can che ne ha accompagnato l’uscita. Già soltanto perchè l’obiettivo finale merita interesse senza necessitare di troppa pubblicità: “ridare vita alla musica” tornando alle parti suonate dal vivo, riportando la gente a ballare sulle note eseguite da veri musicisti con dei veri strumenti. O, come dice lo stesso Moroder nell’introduzione del suo pezzo, restituire il feeling vitale del trentennio ’50-’80 compiendo la rivoluzione del passato che torna protagonista nel futuro. È un progetto ambizioso e, aggiungiamo noi, sotto un certo punto di vista anche riuscito. Random Access Memories infatti tocca una vetta difficilmente eguagliabile sul campo della qualità di produzione, saturando ogni frequenza con un’anima calda e corposa nella quale è evidentissimo il lavoro maniacale dei due artisti-robot.

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Il problema, semmai, va ricercato altrove. Più precisamente elle idee, che non si spingono mai oltre una raffinatissima rielaborazione dei pruriti da antiquariato e delle vaghe fantasie di dominio sul music-system: c’è la divertente italo-disco del già citato Moroder, l’emopop di inizio Duemila con Julian Casablancas, ci sono tracce edulcorate  di ciò che i Daft Punk furono per la scena elettronica mondiale. È come un continuo flashback, che fallisce non provando nemmeno ad abbattere il muro che ci divide dal futuro. È anche un flashback seduto su bpm senili, capace di intrattenere i party della buona società e di solleticare le perversioni auricolari dei tecnici del suono, che – ripetiamo – fallisce nel non proporre qualcosa di nuovo. Per questo, sulle strofe di metà disco di Paul Williams, quello che fa capolino è un sentimento che sorride di delusione di fronte alla millantata scintilla della rivoluzione: la noia, l’idea del già sentito che pervade quasi ogni arrangiamento. L’unico che può dirsi salvo è Pharrel Williams, vocalist acclamatissimo di Get Lucky e dell’ottima Lose Yourself To Dance. Anche qui il motivo è presto detto, perchè il solo Williams, con il dinamismo della sua interpretazione, è capace di scuotere la polvere dai complessi macchinari orchestrati dal tandem alla consolle.

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Qui giungiamo all’idea che ci accompagnerà fino all’epica (e stupenda) chiusa di Contact. In Random Access Memories la canonizzazione dei “nuovi santi” Daft Punk e la trance mistica indotta nella popolazione di mezzo mondo sembrano davvero aver rappresentato l’inizio, lo svolgimento e la trionfale chiusa dello stesso racconto. I Daft Punk sono tornati alle stampe cucendosi addosso un’aura sacerdotale, un’armatura di concetti religiosi (“Give Life Back To Music”) e di mistero che prova ad impedire l’espressione di un giudizio su ciò che hanno combinato. Come succedeva – a memoria – con i soli Pink Floyd, i due producer mascherati hanno scavato intorno al castello del proprio successo un fossato insuperabile dalle critiche: i Daft Punk – al contrario di ciò che accade agli artisti di professione –  dettano la legge e impongono i parametri da rispettare, sui quali non devono essere giudicati loro stessi ma tutti gli altri artisti del nostro mondo.
Sappiamo che la fede non si discute, si può solo abbracciare. Per questo noi fissiamo dall’esterno – con un’espressione amareggiata – sulla soglia della chiesa dei Daft Punk, assistendo alla potenza  di un grande rito spirituale senza  riuscire ad abbracciare la sintesi predicata dai due sacerdoti in maschera. Restiamo laici. E delusi, come tutti i laici, perchè anche questa Parola ci è sembrata tutto fuorchè divina.

(26/05/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.