Crystal Castles – III

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.3

7.3/ 10

di Matteo Monaco

Una volta, una sola volta nella vita. Riponiamo il terzo capitolo della saga Crystal Castles nella custodia, accendendo un’ultima sigaretta mentre il freddo che scende al tramonto comincia a mordere sulla finestra. C’è un pensiero fisso. Il miracolo di violenza epifanica del primo album, in cui spuntavano come diamanti neri Crimewave e Air War, non ha più nulla da spartire con la band di questo 2012. Appartiene alle nuove leve che verranno, all’oscurità dell’anonimato in procinto di essere distrutto. Di certo non al duo di Toronto, che l’ha vissuto una volta, l’unica volta in cui può succedere, e il cui ricordo sembra stampato in un passato irraggiungibile. Il nuovo III, dopo la meticcia (e convincente) virata del punk verso una sporca attitudine dance, ci convince di essere la rinascita sotto nuove spoglie, la fenice che risorge dalle sue ceneri per il gruppo canadese.
Riesce a convincerci di un nuovo inizio, perchè sotto i riferimenti al buio groove di II non è rimasto più nulla della follia originaria e delle cicatrici del successo. Sono cresciuti, i Crystal Castles, ma solo dopo essere “diventati grandi”. Una maturazione forzata e benefica, che ha posto le sue basi in una rinnovata vena armonica e nella completa revisione delle parti ritmiche. Sotto il profilo più generale, III è il disco più solido che abbiano mai prodotto: un monolite di synth calpestati dal kick, raccontati dall’eco sottile della voce di Alice Glass, che completa l’evoluzione da frontman luciferina a profetessa dei paradisi calpestati. Sì, perchè nell’ultimo lavoro dei Crystal Castles la produzione nuova di zecca è accompagnata da un consapevole lavoro di scrittura. Si passa dalla denuncia della violenza alla ribellione contro l’oppressione psicologica di ogni chiesa (e sopratutto di quella con la C maiuscola), per giungere ad invocare un’umanità liberata dai paurosi fantasmi di un passato ancora troppo vicino, di un’infanzia dolorosa. Nel frattempo il producer Ethan Kath sembra aver colto l’intima connessione tra la musica dei “castelli di cristallo” con il successo di Skrillex. Fa specie ancora oggi ascoltare le similitudini di arrangiamenti e di trovate acustiche tra i due produttori, e stavolta la citazione (in termini di voci distorte e sirene industriali) pare un omaggio postumo all’influenza reciproca e finora inconfessata, nel solco di una comune estrazione dark. Fa capolino anche un’influenza della corrente dubstep, remiscelata e filtrata nelle parti di batteria sotto la tipica lente techno/’80 del tandem di Toronto.  Ma ciò che conferma una volta di più la realtà di un nuovo corso, in questa serpentesca muta di novembre, è la pressochè totale assenza di canzoni da singolo. Escludendo il paludoso horror di Plague e la cavalcata celeste di Wrath Of God, l’album non rivela picchi e cadute di sorta. Anzi corre su uno stesso binario, dritto verso un altro inverno, verso una possibilità remota di redenzione. Resta che lo stile espressivo dei Crystal Castles, immutato anche nella rivoluzione strutturale, rimarrà il chiodo fisso di un’intera generazione. Rabbiosi e sofferenti, anche ora che i balli stanno finendo e che l’inverno sarà più rigido del solito, hanno saputo inventare il sound che meglio racconta l’epoca del risveglio elettronico e delle crisi sistemiche. Per questo diamo ancora uno sguardo alla copertina di III senza rimpiangere l’entusiasmo frenetico del primo capitolo. Se è vero che capita una volta nella vita, noi eravamo con loro. E lo siamo ancora adesso, pronti a cambiare e a lasciarci indietro anche i ricordi più felici.

(19/11/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.