Cryptopsy – Cryptopsy

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.5


Voto
6.5

6.5/ 10

di Alekos Capelli

Solitamente gli album auto-intitolati sono particolarmente significativi, all’interno della discografia di una band. In molti casi marcano l’effettivo inizio di un progetto artistico, altre volte rappresentano un punto e a capo, una netta cesura col passato. E’ proprio questo il caso di Cryptopsy, album col quale la band canadese torna finalmente a ciò che sa fare meglio: technical death metal. Dopo due lavori quantomeno interlocutori, se non del tutto scialbi, come Once Was Not e The Unspoken King (l’ultimo dei quali virato addirittura a un insensato death-core), il quintetto di Montréal confeziona finalmente un dischetto all’altezza della sua ventennale carriera estrema. Merito di questo positivo back to the roots va individuato senza dubbio nel rientro in line-up dello storico chitarrista Jon Levasseur, depositario di uno stile personale e riconoscibile, basato su improvvise aperture melodiche jazzate, flamenco e assoli altrettanto trasversali e atipici, che ben si amalgamano al riffing brutale e inarrestabile di Chris Donaldson. Trattandosi di metal estremo, impossibile non spendere qualche parola sulla performance ritmica, condotta alla perfezione dal disumano Flo Mounier, batterista tanto valido nei blast-beat e gravity roll, quanto vario nei passaggi più dinamici sui tom. Il capitolo vocale è per i Cryptopsy argomento abbastanza delicato, visto il rapporto intermittente col vocalist storico, Lord Worm (Dan Greening, defezionario dapprima per motivi lavorativi e ora di salute) artefice di un growl gutturale e sporco, davvero estremo, molto apprezzato dai fan più intransigenti dell’ala brutal, rimpiazzato poi, con alterne fortune, da Mike DiSalvo (1997–2001), Martin Lacroix (2001–2003) e ora Matt McGachy. Lo stile di quest’ultimo, ancorché certamente meno estremo e istrionico di Worm, risulta comunque sufficientemente incisivo ed efficace. Il sound dal taglio moderno degli ultimissimi lavori, tradotto in accenni di scuola hardcore, è ancora presente (ad esempio Shag Harbour’s Visitors e Damned Draft Dodgers), ma si combina con sostanziose dosi del tradizionale brutal death in pieno stile Cryptopsy, come facilmente riscontrabile in brani assassini, veloci e crudeli come Two-Pound Torch, Amputated Enigma e Ominous, probabilmente le cose migliori in questa mezzora abbondante di distruzione sonora. Cryptopsy, efficacemente prodotto dallo stesso Chris Donaldson, recupera appieno l’alto potenziale demolitore dello storico gruppo canadese, che, dopo un ventennio di carriera, ritorna con un’autoproduzione certamente di alto livello, vigorosa, dinamica e imperiosa come si conviene a una delle realtà estreme più influenti della scena death. Bentornati, vecchi Cryptopsy.

(16/09/2012)

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Alekos Capelli
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