Cranberries – Roses

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.0


Voto
6.7

6.7/ 10

di Eugenio Goria

La notizia del ritorno sulle scene dei Cranberries era nell’aria già da molto tempo, e finalmente l’attesa sembra volgere al termine. Dopo la svolta pop di Dolores O’Riordan, ampiamente sviluppata nei suoi due album solisti, la rinata band appare ancora più ancorata all’imgombrante figura della cantante che anche nei precedenti lavori spesso sembrava prevalere su musicisti che, finito l’entusiasmo dei lavori più sperimentali, non sembravano più che un gruppo spalla. Di qui il punto di svolta di questo nuovo Roses, che sembra proprio essere la nuova avventura di Dolores, ma è anche avvalorato dal fatto che nessuno come i vecchi compagni riesce a mettere in risalto le sue doti.

Bisogna riconoscere che la svolta pop aveva caratterizzato anche l’ultimo periodo dei Cranberries, che con singoli come Analyse  o Stars sembravano aver decisamente abbandonato la via della sperimentazione; ma non bisogna essere troppo duri: riconoscere i propri punti di forza è segno della maturità di una band, e anche il gioco di squadra in favore di una voce affascinante e decisamente atipica può avere i suoi lati positivi.

Quello che si può apprezzare a un primo ascolto è la ricerca di una coerenza con alcuni vecchi lavori dei Cranberries dal sapore indie, che si innestano bene in un decennio in cui questo genere sta spopolando. Un ottimo esempio è la traccia che apre il disco, Conduct, un brano etereo che ricorda molto le atmosfere di To the faithful departed, in cui si respira, a tratti, un’Irlanda decisamente atipica. La stessa cosa vale per l’eccezionale Schizophrenic playboy, in cui si riscopre una verve forse mai troppo sviluppata, tutta rock e suoni acidi. Nel contempo, sembra di vedere a tratti un’apertura verso brani dalla sonorità decisamente moderna: Waiting in Walthamstow sembra proprio un brano dell’ennesima band di ragazzini indie di Londra, mentre non si faticherebbe a immaginarsi Björk a cantare Losing my mind, certo, se ci si dimentica di un ritornello ampiamente già sentito e ricucito da qualche singolo del passato.

Per quanto riguarda il singolo, Tomorrow, non va al di là delle pretese di un singolo: piace a grandi e piccini e va anche a nozze con la scelta di una sonorità apertamente più melodica. Il risultato è una canzone ben scritta e capace di fare presa sugli ascoltatori, e non è quindi il caso di scandalizzarsi se non ha la  carica emotiva di New New York. Molto meglio sicuramente l’altro singolo, Show me, che pur essendo a tratti già sentito potrebbe figurare tra i brani migliori di un disco che, nel bene e nel male, non riserva molte sorprese. Ultima, ma non per importanza, Roses è una di queste rare sorprese, in bilico tra cantautorato e new age, sembra spingere al massimo le potenzialità di Dolores, attraverso un arrangiamento decisamente minimale fatto di chitarra acustica, in cui si innestano piccole e contenute incursioni elettriche.

Se questo disco fosse uscito senza lo iato di dieci anni da Wake up and smell the coffee, probabilmente sarebbe stato paragonato al lavoro di altre stelline del pop irlandese come i Corrs, ma con tutto il tempo che è passato, lo si può ancora considerare una buona prova. Peccato per alcuni brani che non possono che essere considerati una sorta di riempitivo per rimpolpare un album interessante ma un po’povero di contenuti, incentrato sulla riscoperta delle vecchie sonorità e con poco spazio per la sperimentazione. Non mancano però brani ben costruiti che sanno colpire e trasudano ancora quella sana energia che solo le voci femminili riescono a convogliare. Per chiudere con una loro frase: domani potrebbe essere troppo tardi per un nuovo disco decisivo.

(14/02/2012)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.