Colapesce – Un Meraviglioso Declino

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Matteo Monaco

Un cantautore può tenere a galla un’isola? Colapesce, in un’antica leggenda siciliana, era un pescatore dalle qualità straordinarie, in grado di nuotare negli abissi sconfinati senza fatica, per riportare a riva storie incredibili e meravigliose. L’ultima sua fatica, secondo il mito, lo vede ancora sotto i flutti neri del Mediterraneo, a sostenere l’intera Sicilia dalle forze del mare, spinto dall’incredulità di Federico II di Svevia. Che il destino del nuovo Colapesce sia simile, ce lo racconta Un Meraviglioso Declino, il debutto sulla lunga distanza di un fenomeno già forte nell’underground. Partendo da una considerazione: non è la solita “cotta” per il nuovo cantautore, gonfiata dai critici indipendenti e destinata a far mostra di sè nella galleria dei flop. Nel nuovo Colapesce, come in quello della tradizione, i contenuti ci sono e vanno al di là delle simpatie superficiali. “Seppellito l’amore, lo vediamo tornare, per venirci a divorare”, l’incipit del libretto, è solo un assaggio dell’ondivaga ironia dell’autore siciliano, all’anagrafe Lorenzo Orciullo, sulla quale è applicato un corredo sonoro di indubbia qualità.
L’amore, per ricordarci che siamo in Italia, rimane il tema prediletto di chi imbraccia una chitarra. Ma, appunto, questa volta non cascano le braccia dopo due accordi, e non ci si sforza come al solito di ignorare le liriche trite sulla gelosia e sui sentimenti da avanspettacolo. Questo amore, quello di Colapesce, è un concentrato di suggestioni in consonanza con un’intelligenza media, con buona pace dei “talenti” con la X. Come un Alberto Ferrari strappato dall’habitus rock, cresciuto anche senza irrigidirsi in pose mature. E con l’espressività, vocale e  lirica, di un Max Gazzè sussurrato, come in Bogotà. In Colapesce, il non-sense scandito a chiare lettere naviga sul grigio mare dei sentimenti domestici, coltivati tra le mura di casa, mentre le finestre giocano un ruolo ambiguo: da una parte, la fonte da cui attingere luce (“ma la notte non c’è stata mai “), dall’altra, il pertugio non protetto attraverso cui “arriveranno presto” i Barbari. Il gioco di Un Meraviglioso Declino è semplice, pur nelle sue allegorie e nelle evoluzioni metriche scandite dalle melodie.
Sì, perchè al centro dell’universo-Colapesce c’è una scoperta normalità. La casa, l’Io, e il timido rapporto con l’Altro, ad un tempo l’Amato in cui elevare le piccole cose quotidiane, oppure l’Ignoto devastatore dell’intimità. C’è tanto di quella società post di cui si pretende spesso lo scettro della narrazione, contando sull’atteggiamento disincantato dell’intellettuale, mentre la sincerità fugge a gambe levate. Ed è qui che Colapesce, tra frasi ambigue e riferimenti al leghismo, ai mille euro mensili e ai rumeni, si guadagna l’attenzione ammirata dell’ascoltatore: “dividere un’altra sconfitta con te è sempre un piacere”, e in fondo prima o poi si perde tutti. Come il “Cola” della leggenda, che perde la vita e il sole della Sicilia, condannato dall’incredulità del re a portare a termine un compito eterno ed impossibile. Quello nostro, quello di Colapesce.

(24/02/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.