Club Dogo – Noi Siamo Il Club

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Lorenzo Li Veli

E fu così che anche i Dogo parteciparono alla grande festa di fine maggio-inizio giugno, organizzata dal rap italiano. Da anni sulla cresta dell’onda, il trio milanese ritorna  sulle scene nel momento più propizio con un nuovo lavoro, Noi Siamo Il Club, che segna un netto distacco dalle loro ultime uscite, rivelandosi un album maturo, una grande prova per il gruppo.
Prima dell’uscita dell’album, sono stati presentati tre singoli, con il compito di fare da traino al disco: Cattivi Esempi, Chissenefrega (in discoteca), e la traccia omonima con Marracash. Le premesse, in tutta onestà, non erano particolarmente esaltanti, anche se in questi tre singoli (ribadiamo, singoli, quindi con le caratteristiche che contraddistinguono questa categoria di canzoni, storicamente non sono mai i brani più profondi dell’album, soprattutto in casa Dogo) gli spunti interessanti non mancano: il divertente ritornello di Cattivi Esempi, il tema di Pulp Fiction e la rima “o faccio i soldi o muoio, Euros o Thanatos” di Jake in Chissenefrega, la strofa di Marracash e la base di Don Joe in Noi Siamo il Club (la migliore delle tre).Le tre canzoni, se considerate con un’ottica diversa, banger autocelebrativi, possono raggiungere una sufficienza striminzita, ma rimane un risultato troppo basso. Di conseguenza, viste le anticipazioni, ci si aspettava un disco sulla falsariga degli ultimi due lavori del trio milanese: sonorità più patinate, rime a volte banali e ritornelli inzuppati di autotune. A scanso di equivoci, è meglio chiarire: sia Dogocrazia sia Che bello essere noi sono dischi godibili, ma conoscendo le capacità dei tre, era lecito aspettarsi qualcosa in più. E, infatti, Noi siamo il club, a dispetto del titolo decisamente festaiolo, si rivela un’assoluta sorpresa, tanto da rendere i Dogo una delle rivelazioni dell’anno. Il trio è sempre stato abituato a stupire l’ascoltatore, sia in positivo, sia in negativo, e anche con questo lavoro continua la tradizione chi si aspettava suoni più indirizzati all’elettronica e rime autocelebrative rimarrà inevitabilmente deluso, a favore di chi sperava in un ritorno dei Dogo più impegnati. Questa definizione, però, non rende grazia all’evoluzione che Jake e Guè hanno avuto: se il flow è rimasto, nel corso della carriera, costante (sono tra i migliori in Italia), le tematiche trattate hanno avuto un netto calo negli ultimi anni. Con Noi Siamo Il Club, però, le canzoni più impegnate, dove i Dogo hanno sempre dato il meglio (come dimenticare Una volta sola?) ritornano prepotentemente, diventando il punto di forza dell’album, tanto che i Dogo rispediscono al mittente le critiche di chi li descriveva frivoli: Tutto ciò che ho e Se non mi trovi sono emozionanti. Grazie al suono melodico ideato da Don Joe, i due rapper si riconfermano come storyteller validi e particolarmente ispirati. Troppo netta la differenza con i tre singoli, che sembrano un lavoro a parte, distaccato dal resto. Come non citare Ragazzo della piazza con Ensi, un ritratto nostalgico delle origini, un linguaggio fatto di termini di periferia e slang, così maledettamente attuale e vicino a quello dei fan. Ascoltare i Dogo può essere anche un esercizio filologico, per vedere come cambia il vocabolario dei giovani. Non mancano spunti di ribellione, come in Cattivi Esempi o in Sangue Blu con J-Ax, piena di rabbia e voglia di rivalsa. Certo, le canzoni spensierate rimangono, ma sono estremamente godibili e, nel complesso di un album, risultano fondamentali nella sua concezione globale: per gli appassionati di calcio e videogiochi, P.E.S. con Giuliano Palma è il non plus ultra, mentre Collassato, nella sua “ignoranza” intrinseca, rende bene l’idea di molte serate in discoteca. Testi a tutto tondo, dunque, che mostrano le varie qualità di Jake e Guè, la loro abilità di passare tranquillamente da un argomento estremamente serio a uno più alla buona.
Esaminando la parte musicale, ci si rende conto dell’estrema ecletticità di tutti i suoni presenti sul disco. Sintesi perfetti di questa versatilità è Niente è impossibile (collaborazione del sinjay torinese Zuli), che unisce insieme reggae, rap, garage e dubstep, in un amalgama perfetto. Don Joe si distacca dal suono prettamente rap (a dir la verità, la voglia di sperimentare non gli è mai mancata), esplorando melodie diverse tra loro, come la dance oggi tanto di moda (La fine del mondo con i PowerFrancers, tra i gruppi underground più apprezzati) o il soul più morbido e caldo di P.E.S., passando per la techno di L’erba del diavolo. Le collaborazioni stesse indicano la natura versatile del disco: a partire dallo scrittore Carlo Lucarelli nell’intro, ai già citati PowerFrancers, ai cantanti Emiliano Pepe e Giuliano Palma, tutti svolgono un compito in perfetta sintonia con il suono pensato da Don Joe.
In sintesi, Jake si conferma come uno dei più validi mc italiani, Guè si riprende ampiamente dal passo falso di Fastlife 3, e insieme riformano la coppia che aveva fatto innamorare migliaia di fan. Don Joe, invece, può essere considerato in un’eventuale top 5 dei beatmaker tricolore? Assolutamente sì, e a buon diritto, soprattutto osservando le evoluzioni sonore di Noi Siamo Il Club. Quest’ultimo cd rappresenta un grande successo per i Dogo, che azzerano la critiche che si erano attirati fino a poco tempo fa e dimostrano che, se vogliono, sono ancora tra i più bravi a fare rap.

(07/06/2012)

Commenta
Lorenzo Li Veli
Lorenzo Li Veli

Caporedattore e gestore della sezione black music. Studente della magistrale di Ingegneria Energetica @ Politecnico di Torino