City And Colour – The Hurry and The Harm

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
5.5


Hype
5.0


Voto
5.2

5.2/ 10

di Giacomo Dalla Valentina

City and Colour 2

Certo che di strada Dallas Green ne ha fatta. Non parliamo solo dei chilometri che separano il Canada dal resto del mondo, e nemmeno del passaggio dall’infanzia trascorsa nella sperduta St. Catharines (Ontario) ad essere un musicista riconosciuto a livello internazionale, vincitore come Songwriter of the Year per due anni ai Juno Awards; quello che più colpisce è che Dallas Green, prima di diventare con pseudonimo di City And Colour un apprezzato musicista folk, era la mente della band post-hardcore Alexisonfire. Gente che picchiava duro, per intenderci.
E ora poco è rimasto della “gioventù violenta” di Dallas Green, chiamato così dal padre che lo voleva omonimo di un giocatore (poi manager) di baseball dei Philadelphia Phillies: City And Colour, al suo quarto album, è una macchina musicale che nulla ha a che vedere con l’hardcore e tutto ciò che ci sta attorno.

City and Colour

E la relativa fortuna di cui ha goduto questo artista è in parte dovuta al successo di un primo album (Somewhere) nel quale Dallas Green ha messo subito in tavola le sue carte: una ricercatezza musicale sufficiente a non essere classificato come musicista pop (sia mai, nell’era del conformismo anticonformista!), un timbro abbastanza modulabile da poter dare il giusto pathos a pezzi a volte carenti sul piano cantautorale e uno stuolo di validi collaboratori (ancora di più in questo The Hurry and The Harm) in grado di dare un tono ad una musica spesso fiacca.
Senza voler essere troppo duri, Dallas Green è quel musicista che, passato qualche anno a sfogare la propria adolescenza distruggendo una serie di Gibson Les Paul sui palchi di festival minori, ha alzato il viso e, dopo aver annusato l’aria, ha capito che non era quella la soluzione per finire su NME e Rolling Stone: ha ammiccato, invidioso, a musicisti come Conor Oberst, Sufjan Stevens e Justin Vernon, per poi decidere di fare qualcosa che vi si avvicinasse ma cercando al contempo di fare una musica facile facile.
E il risultato di questo pastiche è di un grigiore piuttosto evidente: una musica leggera, già sentita, incapace di emozionare e di insegnare, adatta al limite come colonna sonora conclusiva di qualche filmaccio con Nicolas Cage e Megan Fox.
Sono solo canzonette, diceva Bennato. Ma questa volta senza ironia.

(13/06/2013)

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Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.