Caveman – Caveman

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Giacomo Dalla Valentina

Caveman

Sono giovani, newyorchesi, hanno talento, e se ogni tanto fanno qualche scivolone glielo perdoniamo proprio in virtù delle qualità sopra elencate (sì, perchè essere newyorchesi è una qualità, un po’ come dire di essere discendenti dei Velvet Underground): potrebbe essere la descrizione di molte band degli ultimi quindici/vent’anni, alcune rivelatesi grandi creature musicali (pensiamo ai The National, o -chiudendo un’occhio su qualche porcata- gli Strokes, o i Blonde Redhead), altri mediocri imitazioni. Al loro secondo album, i Caveman hanno tutte le carte in regola per diventare i nuovi alfieri della reneissance musicale della Grande Mela: nati dalle ceneri di vari gruppi underground, come i The Subjects del frontman Matthew Iwanusa e del chitarrista Jimmy ‘Cobra’ Carbonetti (proprietario, guardacaso nell’East Village, di un negozio di chitarre artigianali, diventato la sede ufficiale dei Caveman), dopo il primo album sono stati reclutati dalla Fat Possum Record (Christopher Owens, Youth Lagoon), per la quale hanno composto, nella casa del New Hampshire della nonna del frontman, questo seconda piccola sorpresa.

CavemanStrange To Suffer, ad esempio, apre il disco in maniera inaspettata: chi si aspettava, dopo le prime anticipazioni, una versione bidimensionale dei Radiohead, rimarrà deluso: le atmosfere boschive e i cori che aprono l’album sono in puro stile Fleet Foxes, con tanto di falsetti e tamburi.
Con Into The City, però, cambia il panorama: audaci sintetizzatori sia fanno strada in un pezzo dalla grande forza, che al meglio ricorda i Doves più “facili”, al peggio il singolo di qualità che gli Script non hanno mai confezionato.
Con Where’s The Time di nuovo le ispirazioni folk della prima canzone, qui però sorrette da un basso e una ritmica (sempre in primo piano) che le danno uno spessore decisivo: ne esce fuori un brano potente, quasi tribale, che a tratti ricorda il power folk dei Frightened Rabbit.
Non mancano purtroppo pezzi privi di mordente, come Chances, che vorrebbe colpire l’ascoltatore con un climax ascendente, ma che finisce per sembrare la pallida introduzione di Over My Head, in cui il sintetizzatore, la chitarra sognante e una batteria che scandisce un lento ma indelebile ritmo ricordano le eteree atmosfere degli Efterklang o degli Speck Mountain.
Atmosfere che si ripetono con grande classe anche in alcune tracce successive, come Ankles e Pricey, mentre in I See You la chitarra acustica e la voce del cantante danno vita all’unico vero brano acustico dell’album (esclusa la traccia introduttiva e quella di chiusura, l’altrettanto fleetfoxesiana Strange), gestito con grande finezza dal gruppo newyorchese molto similmente alla bella Rigamaroo degli Sleepy Sun.

Where’s The Time by CavemanBand
Over My Head by CavemanBand
In The City by CavemanBand

Di fronte ad un LP così, un po’ confuso, in cui la qualità musicale è indiscutibile ma spesso priva di un filo conduttore, o si ammette di avere di fronte un’opera destinata ad una vita breve, o si fa un atto di fede: e io, questa volta, mi sento di dover fare una scommessa pascaliana, azzardando che anche se forse non è la volta giusta, questa sarà una di quelle band di cui non ci pentiremo di aver seguito le sorti. E, nel frattempo, l’unica soluzione è quella di godersi il secondo divertente lavoro degli uomini delle caverne.

(07/05/2013)

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Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.