Burial – Truant / Rough Sleeper

Scheda
Rispetto al genere
9.0


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
8.5


Voto
8.8

8.8/ 10

di Matteo Monaco

Ad un’azione corrisponde una reazione uguale e opposta, come insegnano i manuali di fisica. Semplice e lineare, e per questo una formula che non si addice al mondo delle persone e al microcosmo dell’arte. Con Burial, poi, non c’entra proprio nulla. Ormai il criptico produttore di Londra ha definitivamente squarciato il sottile velo di umanità che ancora lo avvolgeva, esponendosi alla completa adorazione del pubblico e della critica. Il perchè è presto detto: partendo da Untrue (2007), il seminale Lp che ha unito la giovane dubstep con una pruriginosa vena dark-pop e r’nb, passando per la battaglia dub di Street Halo fino al magnifico urlo di Kindred, la carriera del producer londinese somiglia ad un’autentica cavalcata eroica, dai bassifondi dell’anonimato verso gli alti cieli dai quali guida le sorti di un vasto movimento. Eppure, come hanno provato a raccontare i suoi coraggiosi biografi, Burial non è altri che un ragazzo solitario, pacifico, rinchiuso volontariamente in una gabbia urbana dalle sbarre informatiche. La ritrosia sciamanica, da non confondere con la solitudine patologica, ha creato il mito di un eroe senza volto, di un campione oscuro per una generazione che ha le tasche piene di punti interrogativi.
E poi la musica, naturalmente. Burial ha disegnato il volto di un genere nuovo, nascondendo la sua “umana, troppo umana” faccia dietro alla sequela di Ep pubblicati negli ultimi anni. Ora è la volta di Truant/Rough Sleeper. Un altro Ep, per confermare un modus operandi totalmente innovativo, in cui l’artista aggiorna ogni anno il suo paradigma sonoro senza fare affidamento sul lungo minutaggio di un full lenght. Un altro Ep capace di scombinare le carte sul tavolo, verrebbe da dire. Sì, perchè anche questa volta la formula di William Bevan trova il giusto incastro delle variabili, in primo luogo attraverso un complesso assemblaggio della forma-canzone: più tracce combinate tra loro in un unico concentrato multi-vocale, separate e subito cucite da brevi attimi di silenzio, compongono il dittico pregiato di questa nuova fatica, lasciando presagire un’inversione di tendenza rispetto alla monoliticità tipica del Burial-sound. Sono le melodie, comunque, il vero punto di svolta di Truant/Rough Sleeper: quando Kindred si inseriva nei vortici senza fine della percussione, spremendo il sentimento delle sottili linee vocali e tagliando dosi di basso dub, Truant/Rough Sleeper si eleva in tutta la sua statura sulla sommità di un grattacielo celeste, in balia dei venti che corrono dalla vecchia Europa e impattano sul suolo di Sua Maestà. Burial ha (ri)scoperto l’armonia e l’ha iniettata in un sound abituato ai veleni benigni dell’oscurità. È così che l’omonima Truant diventa un jukebox distonico, sintonizzato su ritmi aborigeni e su pulsioni 2-step, riprendendo perfino la lontana lezione della musique concrète. Proprio come Rough Sleeper, a completare un prezioso duetto a specchio fatto di violini scordati e di linee al sintetizzatore, brutalmente interrotte e poi lasciate estinguersi come fuochi fatui. Un cortocircuito ordinato, un caos consapevole: Truant/Rough Sleeper ci consegna la stessa sensazione di ineluttabile bellezza a cui ci hanno abituato i fratelli più grandi, e forse qualcosa di più.
Nel frattempo, il paradigma di Burial è aggiornato. Come un software preciso, come una religione senza tempo. E il ragazzo schivo di South London è sempre più solo, sulla vetta di perfezione che ha saputo raggiungere.

(12/01/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.