[REVIEW] Burial – Rival Dealer

Scheda
Rispetto al genere
9.0


Rispetto alla carriera
8.5


Hype
9.0


Voto
8.8

8.8/ 10

di Matteo Monaco

burial_1_1356176748I robot hanno qualità specifiche: la prevedibilità degli obiettivi e dei risultati, la precisione, la determinazione come assenza di dubbio. Sono qualità neutre di per sè, che acquistano valore nella proria concreta declinazione. Un politico robot potrebbe licenziare milioni di dipendenti in un clic, per il bene del bilancio. Un musicista robot, al contrario, potrebbe prendersi come obiettivo quello di rivoluzionare la musica del suo decennio e di continuare a farlo – album dopo album, Ep dopo Ep. E così è andata, durante tutta la carriera di Burial, la storia del suo lavoro rispetto ai concorrenti: fonte inesauribile di ispirazione e di invidia, modello cristallino di correnti sonore (scorci di techno, l’attitudine trap, ma che dire di tanti rivoli in chiave dubstep?), poster senza volto appeso nelle camere di TNGHT, Zomby, Paul Woolford, Four Tet e perfino l’ultima Rihanna. Eppure – ci insegna Asimov – i robot non hanno un’anima, e come la si fa una rivoluzione senza lo spirito del tempo e delle idee? Fino a ieri, Truant / Rough Sleeper, Kindred e il precedente Street Halo giocavano con la stima di sè dei critici, presentandosi come oggetti vicini alla perfezione, vicini alla completezza ma al tempo stesso radicalmente e volutamente frammentari, come stralci casuali di una tela più ampia (e segretamente celata nella cameretta dei miracoli di William Bevan).
Oggi, il regalo pre-natalizio di Rival Dealer toglie la maschera al robot. Per caso, naturalmente, e senza alcuna anticipazione, le nuove tre tracce di Bevan tornano alle radici rave e black che furono antiche agitatrici dell’esplosione di Untrue  e che, nonostante la portata seminale dei progetti in formato Ep, resta a tutt’oggi il principale responsabile dell’influenza trasversale esercitata da Burial. E allora la titletrack Rival Dealer detona con la furia selvaggia di un rave a Manchester, negli isterici 90 che Bevan ha sempre rimpianto di non aver vissuto. Allora Come Down To Us prende la consistenza di un’accecante arazzo hip-hop, mentre le voci (sempre più fitte) all’interno del mini-disco chiedono “Who are you?” e “It’s about who you are“. Sull’incedere sognante (e incredibilmente “pop“) di Hiders, allora, riecheggiano le parole dell’autore in un messaggio alla BBC Radio, mentre dedica il suo Ep più romantico al coraggio di chi ha subito la violenza a scuola, nelle strade, da parte di un sistema più grande di lui. Burial, l’uomo che più dei Daft Punk ha (con)fuso la debolezza della carne con le superfici lucide del metallo, ha smesso di sembrare un robot. E ha posto l’ultimo sigillo su una rivoluzione che dura da sei, lunghi, umanissimi anni.

(29/12/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.