Bruce Springsteen – Wrecking Ball

Scheda
Rispetto al genere
8.5


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.2

8.2/ 10

di Gino Li Veli

Il Boss è tornato, portandosi dietro tutta la rabbia di chi non ha mai dimenticato le sue origini da “working class man”, di chi soffre per le grandi contraddizioni generate dalla crisi economica negli Stati Uniti e che tifa apertamente per “Occupy Wall Street”, confermandosi come l’unica rockstar in sintonia con quello che gli capita attorno. Wrecking ball, l’ultimo cd di Bruce Springsteen, dopo due dischi piacevoli ma nulla di più come Magic e Working on a dream, è invece un lavoro molto politico, un pugno diretto allo stomaco, specie nella prima parte, interamente calato nella realtà della recessione finanziaria ma anche sociale e morale americana. Si parla di ingiutizie sociali, di giovani senza futuro, di banchieri che si arrichiscono in modo indegno, di disperati alla ricerca di denaro facile.
Ma sarebbe sbagliato pensare a Wrecking ball come a un “istant record”, a un lavoro d’attualità che prende le mosse dal 2008, il punto più basso della nuova depressione americana: Wrecking ball è anche la colonna sonora del sogno americano tradito. Per questo dal punto di vista musicale l’album risulta uno stupendo collage di suoni della storia degli States in cui emergono il rock scoperto da Bruce all’Ed Sullivan Show , il folk irlandese, le ballate country innervate da violini (come ai tempi delle “Seeger sessions”), il roots rock alla T. Bone Burnette, il gospel, lo spiritual e persino l’hip-hop (bellissima la voce femminile in Rocky Ground). Wrecking ball è però il primo disco senza “Big Man” Clarence Clemons, un fratello più che un amico: il suo sax inconfondibile e malinconico si sente nel penultimo brano Land of Hope and dreams, la terra della speranza e dei sogni. Perché dopo una prima parte intrisa di pessimismo e furore verso quell’America che abbandona gli “ultimi e i penultimi”, (il singolo che ha preceduto l’album , We take care of our own è un inno alla solidarietà anche se molti l’hanno già travisato), in cui Springsteeen conferma la sua grande arte di “storyteller”, menestrello capace di raccontare l’America industriale e quella rurale, alla pari dei maetri narratori del Novecento americano (Steinbeck, ad esempio), emergono l’orgoglio e anche la speranza della rinascita, dopo la “balla della distruzione”. We’re all alive è il pezzo conclusivo, segnato da una emozionante chitarra folk in uno scenario alla “Spoon River” di Lee Masters
In mezzo c’è la cupezza di This depression in cui si cerca l’affetto di una donna per risollevarsi dall’angoscia della crisi ma anche la tipica ballad alla “Bruce” di You’ve got it, in cui l’amore è visto quasi come un segnale di redenzione.
Alla vigilia dei 63 anni che compirà a settembre e di un nuovo tour che toccherà in giugno anche l’Italia, Springsteen si conferma in grande forma non solo musicale. Nessuno come lui è capace di “leggere” la realtà della gente comune e coniugarla con l’energia del rock. In tempi come questi è un fatto straordinario.

(06/03/2012)

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Gino Li Veli

Editorialista. Giornalista de La Repubblica.