Bruce Springsteen – High Hopes

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
8.5


Hype
8.0


Voto
8.0

8/ 10

di Gino Li Veli

Bruce-Springsteen-la-recensione-di-High-Hopes_h_partb

I “fedeli” di Bruce Springsteen (tali ormai vanno considerati i suoi fan) si sono divisi. Per quelli della prima ora, per quelli che hanno già hanno avuto da ridire sul successo di Born in Usa, l’ultimo High hopes (con una bella Fender Telecaster in evidenza) è una mezza delusione, con suoni “troppo alla moda” e “pompati”. Per coloro che amano il Boss a prescindere, il lavoro uscito a metà gennaio e preannunciato “per errore” alla fine dello scorso anno su Amazon, High hopes è ancora un gran bel disco, che conferma la carica rock  di un uomo che a 64 anni ha ancora voglia di percorrere i sentieri della musica che ha sempre amato e di emozionarsi.

Tra i due schieramenti, noi stiamo  con il secondo, anche se, forse per la natura stessa del disco (una rivisitazione di canzoni suonate e sparse nel tempo, recuperate negli archivi, ben lontane però dall’idea dello scarto), non è certo l’album del Boss che uno si porterebbe su un’isola deserta. Dal punto di vista musicale la novità più significativa (oltre alla ricomparsa del sax di Clarence Clemons in Down in a hole, sorta di nuova I’m on fire con l’organo di Danny Federici, l’altro grande scomparso)  è la collaborazione della E streeet Band con il chitarrista Tom Morello, ex Rage Against the Machine, presenza forse troppo ingombrante con quel suono tirato all’eccesso in più di un brano. Ma l’avvio, quella track che dà il titolo al lavoro, High Hopes (era una song di una band australiana, Havalinas, già incisa nel ’95 da Bruce) è piacevole, anche se questo termine a qualcuno può sembrare una bestemmia. Morello toppa però quando suona troppe note nella ripresa di  The ghost of Tom Joad, di cui era meglio conservare il ricordo della sua dolente asciutezza orginale. Così  dopo un album complesso e poco compreso come Wrecking ball, dedicato alla working class hero americana distrutta dalla crisi, può non essere un caso che i brani che più colpiscono per freschezza e incisività alla fine siano altre due cover, in puro stile soul rock, da Boss, quel suono cioè che domina lavori come TracksThe risingJust like fire would (dei Saints) e la conclusiva Dream baby dream (dei Sucide). Canzoni in cui si si tiene accessa la fiamma della speranza nonostante le attuali difficoltà. E che possono rendere ancora più ricca la scaletta della nuova esibizione live del Boss, esperienza alla quale per nessuna ragione al mondo è possibile riunciare in quanto, in tre ore racchiude l’essenza del rock.

Gino Li Veli è un giornalista di La Repubblica, esperto di musica a 360° e cronista appassionato di rock (inter)nazionale. Dal 2011 collabora come editorialista su OUTsiders.

(06/02/2014)

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Gino Li Veli

Editorialista. Giornalista de La Repubblica.