British Sea Power – Machineries Of Joy

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
5.5


Hype
6.0


Voto
6.0

6/ 10

di Matteo Monaco

Prima l’art-rock estroverso di The Decline Of British Sea Power. Poi la prima, riuscita giravolta: il pop a lieve viscosità di Open Season. Un salto su uno stivale, il rock facilone di Do You Like Rock Music?,  e poi la ricaduta sulle eleganti Clarks (che sarebbero piaciute agli Arcade Fire) di Man Of Aran. Ma il ballo dei British Sea Power non è ancora finito, anzi. Ha compiuto 10 anni – quest’anno – e torna a farci compagnia con Machineries Of Joy. Un disco che non può non sapere di addizione, di summa, di riflessione su quello che è stato e può ancora essere. E ce ne sarebbe bisogno, di questa riflessione: perchè se c’è qualcosa nel quale la band di Brighton ha colpevolmente mancato, in una teatrale decade di volteggi e di pliè sonori, è – in primis – la completa assenza di una stella polare, di un obiettivo artistico. Di tutto, un pò: poi vediamo che ne viene fuori. Forse è per questo che Machineries Of Joy, l’album sul quale gravano le abnormi aspettative di fan e di critici, ha già portato a casa un ventaglio di stroncature e di pernacchie da fare invidia agli ultimi Metallica. Un quotidiano inglese se la prende persino con l’atteggiamento della band, “troppo serena”, a loro modo di vedere, per comporre un’opera artisticamente rilevante.
Vi ricordate la prof del liceo, che partiva dal presupposto che non avreste mai potuto superare il 6 durante un’orale? Noi ce la ricordiamo bene, quindi lasciamo perdere l’approccio accademico e ci lanciamo nell’ascolto. Così come viene. Scoprendo, durante lo scorrere delle tracce, che Machineries Of Joy è un’altro trucchetto stilistico degno di Houdini, e che – in quanto tale – è riuscito particolarmente bene. Stavolta a farla da padrone è un raffinato alt-rock, debitore in parti uguali della lezione di Eels e Stereolab, per non citare i furtivi inserimenti corali di Wilco e compagni. A metà strada tra i ritmi rallentati (la splendida What You Need Most) e le moderate cavalcate rock (K-Hole), il disco merita una menzione che va al di là della sua caratura complessiva. Proprio perchè nell’oretta di Machineries Of Joy non si balza mai dalla sedia, ma non ci si abbandona nemmeno al più tipico dei pisolini in cuffia. Forse è qui che i British Sea Power scoprono una materia da insegnare ai tanti blasonati concorrenti: suonare con umiltà non porterà a risultati da capogiro, ma spesso evita le clamorose cantonate di chi sguazza nella posa da rocker, atteggiandosi a profeta di chissà quale verità. “Troppo sereni”, come diceva il quotidiano inglese: meglio così.

(17/04/2013)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.