Bob Dylan- Tempest

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
9.0


Hype
9.0


Voto
8.7

8.7/ 10

di Marco Favaro

Difficile dire chi sia Bob Dylan oggi – difficile dire chi sia stato Bob Dylan in questi ultimi cinquant’anni, da quando, nel 1961, è scappato dal college per fare visita al suo idolo musicale Woody Guthrie. Difficile dire che cosa sia oggi l’ “America”, quanto sia rimasto dell’ “America” che Dylan ha iniziato a cantare negli anni sessanta.  Difficile dire in che misura Dylan abbia lasciato traccia nel mondo.

L’11 settembre esce per la Columbia Records Tempest, trentacinquesimo album del cantautore di Duluth, che non dà risposte precise, ma che in compenso è bellissimo e, in ogni caso, qualche paletto fisso nel terreno lo pianta. Il titolo (e non meno la data di pubblicazione) evoca un avvenimento violento, in grado di incidere profondamente sulla realtà, un momento in qualche modo definitivo; l’album inizia invece in sordina con la lap steel di Duquesne Whistle, come se il disco stesse suonando già da un po’ e qualcuno stia ora alzando il volume per sentire meglio, come se la prima traccia fosse il naturale proseguimento di tutte le altre canzoni di Dylan. E allora qualcosa di definitivo, in effetti, c’è: in Tempest c’è tutto Bob Dylan –  chitarra acustica,  sferzate elettriche da Highway 61, voce nasale roca e spezzata al punto giusto, visionarietà -. Di definitiva c’è anche l’atmosfera, più cupa e commovente rispetto agli ultimi lavori, perché la tempesta sta già investendo tutto da un pezzo: la presenza della morte, della vecchiaia, della difficoltà di vivere è avvertibile in gran parte delle liriche; spiccano Long and Wasted Years, splendida e commovente ballata su un matrimonio defunto, e la cimiteriale Scarlet Town, da cui fa nuovamente capolino (come tempo fa in Desolation Row) l’ombra lunga di T.S. Eliot. A mitigare un po’ il buio ci pensa la trascinante Narrow Way, che riprende un ritornello da un blues del Missisispi del 1934, You’ll Work Down to Me Someday. A chiudere in bellezza, la tripletta finale: il triangolo amoroso di Tin Angel  – poi Tempest ,melodia irlandese con fisarmonica e violino, che dipinge l’affondare del Titanic (con tanto di citazione di Leonardo di Caprio) tra scene raccapriccianti di morte e quadretti di solidarietà umana – infine Roll On John, toccante preghiera dedicata a John Lennon. Dylan, ormai 71 anni, è contemporaneamente solo, sopravvissuto a scene e personaggi di quarant’anni fa, e circondato da umanità varia, che ancora scalpita, grida, ama e fallisce; di definitivo c’è la sua grandezza di cantastorie, la sua capacità di trascinare nella tempesta quello che sa fare meglio: giocare con le radici della musica americana (country, blues, folk irlandese, spiritual), descrivere il mondo che vede accalcarsi ai bordi della sua strada: la nascita sociale dell’America, la vita di paese, i drammi familiari, la gioia di cavalcare liberi. Difficile dire dove sia posto il termine di questa strada.

(12/09/2012)

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Marco Favaro
Marco Favaro

Collaboratore. Cantante e chitarrista nei Dieci Piccoli Indiani.