Bob Brozman – Six days in down

di Eugenio Goria

Six days in down è il racconto di un viaggio. La storia di un musicista che cerca la propria ispirazione in ogni angolo del mondo, per poi tornare, arricchito, al blues di casa propria. Siamo abituati a sentirlo cimentarsi con strumenti e musiche di paesi tropicali, e forse anche a lui mancava qualche stimolo proveniente dal freddo nord. Ed è così che nasce un nuovo progetto, tra fiati e violini dell’Irlanda del Nord. Ad accompagnarlo in questo lavoro sono il violinista Dónal O’Connor e il suonatore di flauto e cornamusa  John McSherry.

Questo progetto mi ha dato la possibilità di esplorare alcuni settori della tecnica e dell’espressività di cui non mi sono mai servito in nessun disco. I risultati sono stati suoni e moods che non avevo mai raggiunto fino ad ora. Questo il commento dell’autore, che funge da introduzione a un disco che si prospetta già come ricco di nuovi stimoli. Non bisogna infatti andare lontano per accorgersi che non si tratta di musica tradizionale. Non basta un jig a fare la musica irlandese, e Brozman e soci lo sanno bene, e così, dopo un brano di riscaldamento, eccoli a cimentarsi con una scala misolidia presa in prestito dalla musica maliana. Ci vuole del talento per mescolare a dovere elementi così distanti, e ancora di più ne ne vuole a non essere pesanti e scolastici; ma si sa, Bob Brozman non è uno scolaretto che deve mostrare quello che ha imparato, ed è veramente grande nel mettere la propria tecnica al servizio degli altri musicisti, per poi ritagliare per sé soltanto quanto basta per aggiungere quel tocco di espressività che rende unici gli undici brani del disco.

È un piacere vedere che nel ritrarre uno spaccato di cultura, oltre che di musica tradizionale, il disco dia ampio spazio alla lingua gaelica, che pur essendo in via di estinzione, mostra qui di avere un grande potenziale espressivo se posta nel giusto contesto. È così che si scopre un brano eccezionale come A mhàire Bruineall, canto d’amore composto da un autore del 1700 e reinterpretato in lingua originale da Stephanie Makern. Alla sua splendida voce si accompagnano dei fraseggi blues che come al solito danno la pennellata finale a uno splendido quadro. Anche da apprezzare è il fatto che dei numerosi brani tradizionali che sono stati riarrangiati, è stato mantenuto quando possibilie il nome gaelico, e gli autori del disco hanno cercato, attraverso le note, di far notare come si tratti sì di brani entrati a far parte del repertorio popolare, ma che non sono figli di madre ignota: di molti è ancora possibile rintracciare un autore o perlomeno legarli a un esecutore che spesso si colloca tra XVIII e IX secolo.

Una piccola parte sono i brani composti dal trio Brozman, McSherry, O’Connor. I tre musicisti hanno preferito dare peso alla tradizione, non mancando di far sentire il proprio estro artistico là dove ce n’era l’occasione. Portaferry swing è un brano veloce in cui le ritmiche tipiche di Bob Brozman accompagnano un forsennato violino dove O’Connor mostra di divertirsi parecchio. Sono solo tre i brani originali di questo album, di cui una composizione di O’Connor e due firmate dal trio, in cui emerge in tutta la sua esuberanza la voglia di sperimentare di Brozman: dopo aver portato accenti maliani nella polka irlandese si cimenta con una danza del ventre arrangiata per chitarra, violino e fiati. Questo è però forse l’unico difetto del disco, che cioè il desiderio di omaggiare la tradizione eseguendo brani molto antichi abbia inevitabilmente rubato spazio ai nuovi brani più fantasiosi e fuori schema.

Il disco rappresenta però una volontà ben precisa e rispettabilissima, anche se con qualche riserva, e rispecchia in definitiva un modo intelligente di fare musica tradizionale, perché non si sofferma mai a uno strato superficiale, ma scava a fondo nella storia di questa tradizione, e ha il pregio di mettere in evidenza come i veri musicisti sanno far sentire la propria personalità anche senza questa smodata passione per la solistica che regna sovrana tra i chitarristi rock, e le loro qualità vengono fuori per il modo in cui suonano, che siano brani propri o di altri, solistica o accompagnamento, non è di grande importanza.

(13/12/2011)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.

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