Boards of Canada – Tomorrow’s Harvest

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.5


Voto
7.3

7.3/ 10

di Lorenzo Goria

Pochi gruppi sono riusciti a mettere d’accordo tutta la critica nell’arco della loro intera carriera. Eppure è unanime che il duo scozzese dei Boards of Canada non ha mai sbagliato un colpo dal 1995 fino ad oggi, riuscendo anche a ritagliarsi una buona fetta di pubblico tra gli intenditori oltre che ad ingraziarsi tutta la stampa di settore. Insomma, un fenomeno quasi unico già diciotto anni fa. Non parliamo di quanti potrebbero fare lo stesso nel 2013. Un po’ per questi motivi, un po’ per l’impenetrabilità della musica, l’approccio ad un disco di questi giganti dell’elettronica può essere veramente difficoltoso e scoraggiante per orecchie meno allenate alle sonorità del duo.

Tomorrow’s Harvest non fa eccezione. Per capirne il meccanismo uno o due ascolti non bastano e per tutti i 62 minuti di durata non bisogna far altro che ascoltare, possibilmente senza fare nient’altro. Consci di queste difficoltà, i fratelli Sandison giocano sulle alternanze, come avevano già fatto in Music has the right to children, tra un pezzo di media durata e uno decisamente più breve o meno impegnativo. Alternanza che corrisponde ad un gioco di richiami tra i brani, in cui quelli brevi sono prevalentemente ispirati alla progressive electronic anni ’70, mentre quelli più lunghi portano avanti il sound più distintivo dei Sandison. A parte queste significative variazioni tra vecchio e nuovo, che saltano all’orecchio dopo un po’, l’album ha un suono uniforme, e si è subito portati a considerarlo come un blocco unico più che un  insieme di tracce distinte. Scelta rischiosa, considerato che ogni sfumatura o variazione avviene ad un livello microscopico, ed infatti è facile perdere la concentrazione se, come è capitato a chi scrive, ci si aspettava un disco molto più variegato.

Invece abbiamo un album sfumato, meno cupo del solito, riempito di una buona dose di autoreferenzialità. Tutte condizioni a cui si deve necessariamente sottostare per arrivare alla fine. Ma se si resta, il disco è impagabile: folgorante l’inizio, di una bellezza fredda e innaturale, carico del fascino dei sequenziatori che i fan dei Tangerine Dream hanno imparato ad amare quarant’anni fa. Dopo la breve introduzione di Geminiil disco comincia veramente con il primo singolo estratto: Reach for the dead è uno dei pezzi migliori del disco, collocato strategicamente all’inizio per attirare tutta l’attenzione possibile senza smontare il castello del disco, che prevede, come vedremo, i momenti più ricchi di pathos alla fine. Godetevi quel poco di pedale di basso che riuscite a prendere da questo secondo brano, perché non ne avrete più per un bel po’. I toni cupi sono più smorzati di quanto ci si aspettava, e lo sono ancora di più in White Cyclosa, dove il sequencer fa da padrone per metà del tempo, per poi intrecciarsi con alcuni motivi più o meno compiuti e conferisce al pezzo l’aria di un viaggio acido che caratterizza quasi tutto l’album.

boards of canada

Man mano che procediamo, l’atmosfera si fa sempre più asettica, dal confine degli anni ’80 in Jacquard Causeway  fino alla citazione dei Kraftwerk in  Telepath, un breve pezzo che ricorda The voice of energy  del complesso tedesco (si parla del 1975, Radioactivity). È anche l’unico momento in cui viene lasciato spazio alla passione per la numerologia del duo. Cold Earth inizia il gioco dei richiami come continuazione spirituale di Reach for the dead. La drum machine cerca il coinvolgimento dell’ascoltatore dove i synth non possono arrivare, e raggiunge un effetto ipnotico che tiene avvinti anche adesso che ci avvicniamo a metà disco. Tutto continua a giocarsi su variazioni molto sottili che si percepiscono dopo molti ascolti se non si è abituati a musica di questa complessità. È con Split your Infinities  che le carte in tavola cambiano: il gioco di alternanze si interrompe e dopo la algida Palace Posy inizia una traccia ricchissima di suoni che dà al disco un’improvvisa impennata di tensione. La climax però non trova il suo momento risolutivo né al termine dei quattro minuti (si chiude con una deludente dissolvenza) né nella traccia che segue, Unritual, che accosta lievi suggestioni drone alla batteria quasi chillout  di Nothing is Real, che si poteva benissimo risparmiare. È la coppia New Seeds, Come to Dust a riconquistare l’ascolatore dopo i momenti meno felici: grande ritorno del pedale di basso, libero sfogo di fantasia, qualche ripetizione e molti momenti più piacioni in due pezzi molto ben riusciti.  Semena Mertvykh chiude degnamente un album difficile in un’atmosfera tenebrosa e irreale. Lievi dissonanze e minimalismo in questo pezzo tutto innestato su un’unica nota di basso che finisce prima che ne abbiamo avuto abbastanza.

Alla sua svolta finale, Tomorrow’s Harvest si staglia in tutta la sua autoreferenzialità: non si può dire che non sia bello, ma non c’è nemmeno una traccia godibile dal primo momento. Un disco difficile, fatto non per piacere ma per essere formalmente perfetto.  Bersaglio comunque mancato per la troppa staticità, e per quelle due o tre tracce che potevano essere tagliate per alleggerire l’album senza che nessuno ne sentisse la mancanza. In più, il suono degli scozzesi è rimasto monoliticamente uguale a se stesso, senza cercare contaminazioni che l’avrebbero reso più intressante. Fallimento dunque, sotto questo punto di vista, ma un fallimento che piacerebbe sperimentare a tanti altri.

Rubiamo le parole ad uno sceriffo abbastanza famoso nel dire che Tomorrow’s Harvest vorrebbe volare, ma riesce solamente a cadere con stile.

(01/07/2013)

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Lorenzo Goria

Collaboratore poco più che occasionale, studente di liceo classico a Torino e (con ogni probabilità) OUTsider più giovane in circolazione.