Bloc Party – Four

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
3.0


Hype
4.0


Voto
4.0

4/ 10

di Giorgio Albano

“Four” è sicuramente un disco piuttosto controverso. Già prima della sua nascita le perplessità che giravano intorno al nuovo lavoro della band inglese erano parecchie. Verso la metà dell’anno scorso avevano cominciato a circolare voci piuttosto inquietanti sulla possibile esclusione dalla band del frontman Kele Okereke o sulle sue sessioni di lavoro in studio letteralmente disertate dagli altri membri del gruppo. Altro punto su cui non vi è mai stata troppa chiarezza è  la data di uscita di “Four”. Prevista già per Settembre del 2011 è stata sempre rimandata fino ad oggi, facendo chiaramente capire qual’era il clima che regnava intorno a questo nuovo lavoro. Purtroppo tutte queste voci non hanno sicuramente aiutato nella creazione dell’album un gruppo che ha sempre dimostrato di soffrire molto la pressione dei mass media e del pubblico. Controverso non solo per le voci che lo accompagnarono ma, soprattutto, per il suo contenuto. Come una band dotata di tanto talento possa concepire un disco così mediocre e piatto rimane veramente un mistero. Il disco contiene dodici tracce ( quattordici nella versione delux), che non si avvicinano neanche ai capolavori presenti in “Silent Allarm” o “Weekend in the City” ( i primi due dischi della band di Londra). Rispetto ai lavori precedenti i Bloc Party rinunciano alla vena elettronica che aveva caratterizzato il loro scorso album e decidono di attingere senza sbalzi né velleità particolari dalla scena indie-rock. La band tenta di ispirarsi con scarso successo  a gruppi come i Muse, presentando tracce piene di chitarre elettriche e suoni distorti e piuttosto acidi.  Soprattutto nella prima metà del disco il gruppo si spinge in orizzonti sconosciuti e decisamente inappropriati,dimenticandosi completamente della delicatezza che li contraddistingue. Il loro sound risulta completamente snaturato, dando la classica l’impressione di  “un pesce fuor d’acqua”. Il livello della seconda parte si alza un po’, anche perché il ritmo comincia a calare e con esso esce fuori una minima parte della straordinaria sensibilità che ha sempre contraddistinto Kele e compagni. Tracce come “team A”, “Truth” e “The Healing” lasciano intravedere sprazzi di talento purissimo, aumentando il rimpianto per quello che avrebbe potuto essere. In definitiva non si può veramente trovare un lato davvero positivo. I Bloc Party nonostante le voci sono rimasti ( per ora) insieme ma pagando un prezzo troppo alto. I maligni hanno considerato questo disco solo come un ottimo espediente per cambiare un po’ la scaletta dei concerti e poter ancora rivivere sui fasti del passato con nuovi tour. Visto quello che, comunque, il gruppo è in grado di fare rimane in ogni caso un vero peccato. Ci si può solo augurare che da questo lavoro il gruppo riesca a ripartire per ritrovare quell’ alchimia che una volta gli aveva portati ad essere, insieme agli Arctic Monkeys, il gruppo indie più interessanti dell’ intero panorama.  Occasione sprecata e tanta tristezza nel vedere quanto delle questioni “ambientali”, che il gruppo come detto ha sempre sofferto tantissimo, possano offuscare il talento.

(18/08/2012)

Commenta
Giorgio Albano
Giorgio Albano

Redattore.