Blackfield – IV

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
7.0


Voto
6.7

6.7/ 10

di Roberto Cortese

Ascoltando questo ultimo lavoro dei Blackfield si intuisce, come già nel precedentemente album, che il cuore del progetto è oramai soltanto Aviv Geffen. Steve Wilson ha praticamente offerto una collaborazione marginale, limitandosi a suonare le chitarre ed a cantare una canzone, Jupiter. Probabilmente troppo impegnato con la sua carriera solista, tanto da accantonare i Porcupine Tree, che gli hanno procurato un’attenzione generale più che dignitosa, ha comunque voluto firmare quest’ultima collaborazione con l’israeliano. La differenza fra i primi due album e gli ultimi si nota, anche se ad un attento ascolto esiste una sorta di continuum, dovuto certamente alle composizioni di Geffen. Sono quasi certo che agli estimatori di Wilson, questa nuova raccolta di canzoni non piacerà, e forse, potrei dar ragione loro se lo si ascoltasse superficialmente nella misura di un paio di volte, io sono andato oltre le trenta volte (oltretutto si estende per poco più di 30 minuti) e considerando che le composizioni di Aviv Geffen mi piacciono, difatti ho anche altri dischi suoi firmati a suo nome dove già compaiono canzoni poi incluse nei primi due album dei Blackfield, il mio onesto parere è positivo. D’altronde la musica trasmette sensazioni di ogni sorta, è questo il suo intento, a prescindere da come sia suonata (i Sex Pistols certo non erano dei grandi maestri, ma hanno dato un nuovo input alla generazione a cavallo fra gli anni 70 e 80 e anche oltre). Se solo vogliamo dare a questo ultimo Blackfield IV un’opportunità, è possibile ritrovare in alcuni momenti come in Springtime, Pills, Firefly, Faking o Jupiter, ciò che Wilson e Geffen avevano proposto in bella maniera nel passato. Certo non è l’album dell’estate o il capolavoro che non dimenticheremo, perchè a volte le canzoni suonano sdolcinate e poco incisive. È solo una voce che grida nel deserto, che è possibile udire quando tutto là fuori è calmo e la nostra anima è quieta.

(15/09/2013)

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Roberto Cortese
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