Blackfeet Braves – Blackfeet Braves

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
7.8

7.8/ 10

di Davide Agazzi

blackfeet-braves_2013

Le spiagge seppiate della California, le code di pulmini Wolkswagen, la psichedelia colorata della West Coast. Siamo sempre lì: gli Anni Zero, la nostalgia e una Retromania che tende a superare la realtà. Questa volta il nome è quello dei Blackfeet Braves, quartetto di Orange County (ma cosa succede da quelle parti?), all’esordio con il proprio album omonimo. Sotto la coltre di capelli e basette si nasconde un disco davvero sorprendente, una tappeto di suoni così lontani e originali che non può passare inosservato. Non è il garage viscerale di stampo Ty Segall/Thee Oh Sees, né l’avanguardia floyd-zeppeliniana dei Tame Impala: i Blackfeet Braves avrebbero potuto davvero suonare a Woodstock. Si tratta di rock da seconda rivoluzione, tutto quello che il punk aveva deciso di ripudiare: Country Joe & The Fish, Creedence Clearwater Revival, Jefferson Airplane, ma anche 13th Floor Elevators, Grateful Dead e, per restare ai giorni nostri, un po’ di Black Keys, tanto per dare qualche coordinata. E quindi camiciuole colorate, pantaloni a zampa e scenari bucolici dominati da Ray Ban Wayfarer e prati fioriti. L’esordio del quartetto californiano scorre fluido su chitarre surf e riff d’altri tempi, crogiolandosi in quella materia rarefatta figlia degli anni ’70, raccontando i viaggi di una generazione, i travagli dettati dall’amore e la voglia di vivere senza troppe preoccupazioni. Un’esperienza, un trip tutto americano, una cavalcata senza soste come testimoniano Trippin’ Like I Do, Misery Loves,  Company e Dockweiler, perfetti campioni del tripudio acido fornito da questi giovani losangelini.  Un esordio in odore di maturità, giunto forse nel periodo d’oro di questo particolare revival, che riesce a distinguersi per la sua particolare originalità. Della serie, la psichedelia ai tempi di Instagram.

(01/03/2013)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.