Black Sabbath – 13

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
6.8

6.8/ 10

di Simone Picchi

Il Sabba Nero riprende la sua forma (quasi) originale abbandonata 35 anni fa, dopo la quale ha attraversato i decenni successivi con poche luci e tantissime ombre. Destini che si separano per reincontrarsi nel nuovo millennio, tra l’attesa spasmodica di molti e la scetticità di alcuni. Dopo la nuova parentesi sabbathiana e la scomparsa del mai abbastanza compianto Ronnie James Dio, le voci di una reunion si sono rincorse e smentite in continuazione, fino a compierla ufficialmente un anno fa.
End of the beginning è il titolo ideale per aprire un disco dei Black Sabbath, si rientra nell’oscurità tanto cara con un’inizio condito da riff doom che solo il pioniere del genere può partorire dalla propria mente. Si respira l’atmosfera del periodo classico con la traccia successiva, il singolo God is dead?, epitaffio di una società tossica lontana dal cammino di disintossicamento. Puro miele per le orecchie dei discepoli del Sabba la cadenzata Loner, la monolitica Live forever e la muscolare Methademic, con un Tony Iommi ispiratissimo (nonostante i suoi noti problemi di salute) accompagnato dal sempre incisivo Geezer Butler vera anima portante del gruppo.
Un album spalmato su otto tracce, la maggior parte sopra i sette minuti di durata, il rischio di passi falsi è dietro l’angolo. Zeitgeist nelle intenzioni sembra voler essere la Planet Caravan del nuovo millennio, quel viaggio onirico tra le paure umane attraverso le emozioni di una band agli inizi con un carico di ossessioni, paure e schizofrenie.
L’anima, difficile dire se sia rimasta la stessa dopo 40 anni. Oggi i padrini dell’heavy metal hanno a disposizione i mezzi che non avrebbero potuto permettersi all’inizio della loro carriera, un produttore attento ai dettagli come Rick Rubin capace di curare al dettaglio il sound che li ha resi immortali. Manca però quella cattiveria emotiva nei testi, quel tuffo nel fango dei loro strumenti, i brividi di una stagione musicale che non può essere ripetuta nonostante la tecnologia. Solo pochi anni fa la creatura Sabbath post-Ozzy era tornata sugli scudi sotto il monicker Heaven & Hell con un album e vari tour mondiali dando l’idea di ritornare sulle scene per un reale bisogno di far sentire la sua voce. Probabilmente il ritorno in pompa magna con Ozzy è stato dettato da leggi di mercato più che da un bisogno creativo, ma la classe rimane invariata nel tempo. Un album moderno che non cade nella spirale del rimpasto della classicità, non un nuovo caposaldo del genere ma una conferma – se mai ce ne fosse stato bisogno – che lo scettro non si è ancora allontanato dalle loro mani.

(14/06/2013)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.