Black Rebel Motorcycle Club – Specter At The Feast

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
5.0


Hype
7.0


Voto
6.0

6/ 10

di Marco Favaro

brmc-new-2012-626x417

A tenere ancora in piedi i Black Rebel Motorcycle Club, probabilmente, è il sound che hanno creato nell’omonimo disco d’esordio del 2001. Dopo sei album – e il piccolo miracolo dei primi anni di attività – la band ritorna sulle scene con Specter at the Feast, dove è solo la loro inconfondibile (questo glielo si deve concedere) mistura di garage, psichedelia, marciume americano e istinto melodico a fare da collante tra i dodici brani che, nel complesso, risultano piuttosto scialbi e carenti d’ispirazione.

Manca la freschezza compositiva  del primo disco e siamo lontani dalle inaspettate atmosfere roots di Howl (2005). Come già in Baby 81 (2007) e Beat the Devil’s Tattoo (2010) si punta piuttosto su qualche riff trascinante, cori cavernosi e sprazzi melodici che si avvicinano fin troppo a certo pop melenso.  Certo sono sempre i Black Rebel Motorcycle Club e, da lunghi praticanti del genere, compare sempre il giro di basso spinto al punto giusto e il sussulto di voce graffiante, ma davvero c’è una generale atmosfera di modulo ripetuto, di mancanza di convinzione nell’affrontare i brani. Si fa notare in positivo, tra le prime tracce, Let The Day Begin, cover dei Call di Michael Been – il padre di Robert Levon Been dei BRMC, morto in tour nel 2010 – che esemplifica bene le migliori caratteristiche della band.  Da dimenticare invece la coppia Returning-Lullaby, che svela la pericolosa inclinazione per il pop/strazio che afferra talvolta i BRMC. Garage tirato per  le successive Hate The Taste, Rival e Teenage Disease, ma senza particolare mordente: suonano terribilmente come brani che i BRMC potrebbero comporre in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione, senza troppo impegno e attenzione. Il finale costituisce forse la parte migliore di Specter at the Feast: le lunghe cadenze oniriche di Some Kind of Ghost e Sometimes the Light, l’irruenza di Funny Games e Sell It suonano molto più incisive e regalano qualche strappo tipico dei migliori BRMC, che troverà sicuramente conferma nelle esibizioni live, dove – al contrario dei dischi – i BRMC offrono il meglio. La conclusiva Lose Yourself chiude i giochi lasciando aleggiare quel sapore di inconsistenza che, tra alti e bassi, caratterizza tutto Specter at the Feast.

(23/03/2013)

Commenta
Marco Favaro
Marco Favaro

Collaboratore. Cantante e chitarrista nei Dieci Piccoli Indiani.